Stalking.

Stalking.

  • Italica Service, Editore della rivista
Avv. Emanuele Fierimonte
Latest posts by Avv. Emanuele Fierimonte (see all)

Nella mia carriera forense posso dire di aver avuto il ruolo di difensore in diversi processi penali per “atti persecutori”, difendendo a volte la vittima a volte l’autore del reato.

In ciascuno di questi casi le caratteristiche delle condotte contestate hanno avuto dei tratti ben precisi, sia in caso di stalking maschile che in caso di stalking femminile.

Per comprendere meglio analizziamo insieme fattispecie incriminatrice in questione.

Il reato di stalking (dall’inglese to stalk, letteralmente “fare la posta a qualcuno”) è entrato a far parte dell’ordinamento penale italiano mediante il d.l. n. 11/2009 convertito dalla l. n. 38/2009.

Il decreto in questione ha introdotto nel codice penale l’art. 612-bis c.p., intitolato “atti persecutori” che punisce chiunque “con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Circa il soggetto attivo, inquadrato in quel “chiunque” introduttivo, trattasi di reato comune, integrabile, difatti, da “chiunque”. Quanto, invece, al soggetto passivo, l’art 612-bis tutela la vittima “principale”, ossia quella destinataria delle molestie dello stalker, estendendola, tuttavia, anche a quanti legati alla stessa da rapporti di parentela (prossimi congiunti) o da relazioni affettive.

Il bene giuridico protetto è individuabile nella libertà morale intesa quale facoltà dell’individuo di autodeterminarsi, proprio in forza del collocamento della norma in esame nel capo III del titolo XII, tra i delitti contro la persona.

Veniamo, ora, alle caratteristiche tipiche della condotta dello stalking.

La norma individua la condotta incriminata nel minacciare o molestare taluno, condotte, queste, che spesso si concretizzano in appostamenti nei luoghi frequentati dalla vittima, messaggi molteplici a tutte le ore (comprese quelle notturne), telefonate continue e non gradite dalla vittima e, in alcune circostanze, minatori.

Da una attenta disamina della norma è necessario che la condotta del soggetto autore del reato sia tale da causare nella vittima uno stato di ansia perdurante e grave, ovvero una paura o timore fondato per la propria incolumità o quella di qualcuno vicino (prossimo congiunto o persona legata da relazione affettiva).

Tali condotte, dunque, compromettono la serenità della vittima, costringendola a modificare le proprie abitudini di vita. Tipico esempio è il cambio della residenza della vittima la quale, esasperata dalle pressioni dello stalker, decide di trasferirsi altrove, modificando le proprie abitudini di vita.

Oppure molto più semplicemente evita di uscire, o torna a casa tardi, cambiando il tragitto lavoro-casa, esce tardi dal posto di lavoro, cambia utenza telefonica.

Lo scopo è evitare contatti con il proprio carnefice ed essere, così, inghiottita nei suoi vortici comportamentali.

Circa l’elemento soggettivo del reato, ai fini dell’integrazione è sufficiente il dolo generico, consistente nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia descritte nella norma con la consapevolezza della loro idoneità a produrre taluno degli eventi ivi descritti (Corte Cost. n. 172/2014; Cass. n. 20993/2012; Cass. n. 7544/2012).

Tuttavia vi è da precisare che, ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori, giurisprudenza costante ritiene non essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente di per sé che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità (Cass. n. 7042/2013).

La sussistenza del grave e perdurante stato di turbamento indicato dalla norma prescinde dall’accertamento di uno stato patologico conclamato (Cass. n. 40105/2011; Cass. n. 42953/2011), essendo sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima.

Ma quali mezzi ha la vittima per tutelarsi da questo reato?

La querela. Difatti il delitto è punito a querela della persona offesa e il termine per proporre querela è di sei mesi, iniziando a decorrere “dalla consumazione del reato, che coincide con ‘l’evento di danno’ consistente nella alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante stato di ansia o di paura, ovvero con ‘l’evento di pericolo’ consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto” (Cass. n. 17082/2015).

La remissione della querela può essere soltanto processuale, salvo la irrevocabilità se il fatto è commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui al secondo comma dell’art. 612 c.p. ovvero minacce gravi commesse con armi o scritti anonimi, da più persone riunite, ecc.

Tuttavia questo reato è procedibile d’ufficio nelle ipotesi delle aggravanti di cui al terzo comma, ossia nei confronti di un minore o di persona con disabilità ex art. 3 l. n. 104/1992, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si procede d’ufficio.

È previsto, in alternativa alla querela, la possibilità di ricorrere ad una procedura di ammonimento.

Trattasi di un invito dinanzi le autorità di P.S. e rivolto allo stalker di cessare le attività persecutorie.

La procedura si articola in tre fasi.

La vittima espone i fatti alle autorità, avanzando al Questore richiesta di ammonimento nei confronti dell’autore delle condotte persecutorie.

Il Questore, ricevuta la richiesta, assume le necessarie informazioni, anche convocando il presunto stalker e le persone informate dei fatti;

Il Questore può decidere per il rigetto o l’accoglimento dell’istanza. In tale ultimo caso emette l’ammonimento, diffidando l’autore delle condotte a proseguire con le stesse

L’ammonimento ha forma orale e deve essere motivato, a pena di illegittimità. Di ogni passaggio viene redatto processo verbale.

Al fine di ampliare la tutela della vittima dello stalking il d.l. 11/2009 ha ampliato lo spettro delle misure cautelari attraverso l’applicazione della misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa ex art. 282 ter c.p.p., ovvero  al secondo comma “di non avvicinarsi a luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa, ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”, e al terzo comma “di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dai prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva”.

Il terzo comma invece vieta all’imputato di “comunicare, attraverso qualsiasi mezzo” con i soggetti di cui ai commi 1 e 2, secondo le modalità imposte dal giudice, qualora la frequentazione dei luoghi sia resa necessaria per motivi di lavoro o per esigenze abitative.

Diamo ora un’occhiata alla statistica più recente dei casi di stalking.

Secondo i dati riportati da fine marzo 2020 si è verificato un notevole aumento di richieste di aiuto.

Nel corso del 2020 le chiamate al 1522 (il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking) sono aumentate del 79,5% rispetto all’anno precedente, e le richieste di aiuto via chat sono aumentate del 79%.

Tali dati preoccupanti giustificano l’attenzione delle Procure della Repubblica sui casi di stalking e la cura con cui la problematica viene trattata nelle aule di Tribunale.

Per concludere, secondo mio parere professionale la vittima di questo reato, al fine di evitare una continuazione delle condotte moleste o minatorie, deve attivarsi per la tutela dei propri diritti quanto prima denunciando.

Solo in questo modo potrà avere l’attenzione delle Forze dell’Ordine e della Autorità giudiziaria.

 

Articolo Precedente
Prossimo Articolo


Stampa Stampa