Sentenza CA Roma – sez. famiglia, (n. 343-19) del 17.1.2019

Sentenza CA Roma – sez. famiglia, (n. 343-19) del 17.1.2019

Con la sentenza in commento la Corte di Appello di Roma, sezione famiglia, interviene, nell’ambito di un contenzioso familiare in tema di regolamentazione dei rapporti economici (tra coniugi separati e tra costoro e la prole), e, ribadendo alcuni condivisibili orientamenti sul tema (relativamente agli obblighi contributivi, specie per quanto riguarda il rapporto genitori-figli), nonché sulla valutazione delle prove ai fini della pronuncia sull’addebito, si segnala per una novità di rilievo, con riguardo alle conseguenze derivate dal comportamento tenuto dalle parti in ordine all’accertamento della loro capacità economico-patrimoniale.

 

Nel caso in esame, per il profilo che qui interessa, l’obbligato al versamento degli assegni contributivi (sia in favore del coniuge <economicamente più debole> sia in favore della prole <non ancora economicamente indipendente>) ha impugnato la sentenza di primo grado, adducendo intervenute modifiche di fatto e chiedendo una totale revisione delle condizioni economiche stabilite, con sentenza, in sede di separazione.

In particolare, l’obbligato, insistendo per la già asserita (in primo grado) diminuzione del proprio reddito (rispetto al periodo di coniugio), anche per la chiusura dello studio professionale, in appello ha allegato:

  • di aver assunto ulteriori oneri contributivi in favore del figlio nato, successivamente alla separazione de qua, dalla relazione con la nuova compagna, producendo, sul punto, gli accordi consensuali raggiunti con costei, a seguito dell’asserita separazione;
  • la raggiunta capacità economica (reddito da lavoro dipendente) del figlio D, ancora convivente con la madre.

Ha, inoltre, insistito sulla capacità economica della moglie, tale – a suo dire – da giustificare la totale revisione delle disposizioni assunte in sede di separazione (chiedendo, quindi, la cessazione dell’obbligo contributivo in favore della moglie).

Tuttavia, dalla produzione documentale depositata dalla moglie, è emerso che:

  • in favore del “nuovo” figlio, l’obbligato si era impegnato a versare una somma mensile nel complesso maggiore di quella che chiedeva disporsi in favore dei figli nati dal matrimonio (peraltro adolescenti, con maggiori necessità);
  • il figlio D. non aveva affatto raggiunto l’indipendenza economica, essendo impegnato in uno stage, e percipiente un rimborso, non equiparabile ad un reddito da lavoro e comunque collegato al periodo, temporalmente limitato, dello stage;
  • la nuova compagna (secondo l’obbligato asseritamente priva di reddito), nelle more, aveva acquistato un immobile di ingente valore, in parte grazie all’assunzione di un mutuo (di oltre € 400.000,00) garantito proprio dall’obbligato, nonostante la dichiarata cessazione della relazione more uxorio;
  • alla dedotta chiusura dello studio professionale era, in realtà, seguita l’apertura di un nuovo studio, interamente riferibile all’obbligato;
  • nell’autocertificazione della propria patrimonialità (usualmente richiesta dalla corte adita), l’obbligato non aveva indicato la proprietà di una costosa vettura;
  • il totale delle spese riconducibili all’obbligato, come da documenti in atti, era incompatibile con il reddito dal medesimo dichiarato.

In conseguenza del lucido e puntuale esame delle allegazioni e della documentazione in atti, la Corte, oltre a confermare i provvedimenti economici già statuiti in primo grado, ha inoltre deciso per la trasmissione degli atti alla Guardia di Finanza (ai sensi dell’art. 36, D.P.R. n. 600/73, come modificato dall’art. 19, comma 1, lett. d, della L. 413/91), con riferimento al genitore (non collocatario) obbligato al versamento degli assegni contributivi in favore sia del coniuge sia dei figli.

Come noto, all’art. 36 del D.P.R. n. 600/73 (la rubrica del quale, sostituita dall’art. 37 della L. n. 340/2000, disciplina gli obblighi di comunicazioni in tema di violazioni tributarie) è stato aggiunto, con la L. 413/91, l’ultimo comma, secondo cui:

I soggetti pubblici incaricati istituzionalmente di svolgere attività ispettive o di vigilanza nonché gli organi giurisdizionali, requirenti e giudicanti, penali, civili e amministrativi e, previa autorizzazione, gli organi di polizia giudiziaria che, a causa o nell’esercizio delle loro funzioni, vengono a conoscenza di fatti che possono configurarsi come violazioni tributarie devono comunicarli direttamente ovvero, ove previste, secondo le modalità stabilite da leggi o norme regolamentari per l’inoltro della denuncia penale, al comando della Guardia di finanza competente in relazione al luogo di rilevazione degli stessi, fornendo l’eventuale documentazione atta a comprovarli.

Detta norma, tuttavia, è stata più volte presa in considerazione dal Supremo Collegio solo con riferimento alla trasmissione degli atti di indagini penali (ex plurimis: Cass. Civ., V, n. 12549 del 17.6.2016), e con riferimento alla necessità, o meno, di allegare l’autorizzazione alla trasmissione all’atto di accertamento inviato al contribuente.

Solo una sentenza di merito, in precedenza, ha disposto la segnalazione degli atti alla Guardia di Finanza (da: banca dati Pluris; Tribunale di Roma, sez. I, 19.5.2017, secondo cui: “Nell’ambito dei procedimenti in materia di famiglia, ove le risultanze delle dichiarazioni dei redditi risultino non congruenti rispetto alle risultanze processuali, l’autorità giudiziaria ha il dovere di segnalare la posizione del contribuente alla Guardia di Finanza ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. 29 novembre 1973, n. 600, come modificato dall’art. 19, comma 1, lett. d, della L. 413 del 1991, che prevede che “i soggetti pubblici incaricati istituzionalmente di svolgere attività ispettive o di vigilanza nonché gli organi giurisdizionali civili e amministrativi che, a causa o nell’esercizio delle loro funzioni, vengono a conoscenza di fatti che possono configurarsi come violazioni tributarie devono comunicarli direttamente ovvero, ove previste, secondo le modalità stabilite da leggi o norme regolamentari per l’inoltro della denuncia penale, al comando della Guardia di Finanza competente in relazione al luogo di rilevazione degli stessi, fornendo l’eventuale documentazione atta a comprovarli”).

La decisione della corte di appello romana, pertanto, segna un punto di svolta molto interessante, che potrebbe avere conseguenze sui successivi giudizi in tema di determinazione, contenziosa, del contributo economico in favore del coniuge economicamente più debole e, soprattutto, in favore della prole.

La disgregazione del nucleo familiare, infatti, non può (o meglio: non dovrebbe) danneggiare la prole, perché i figli devono poter continuare ad avere, con ciascuno dei genitori, sia un significativo rapporto affettivo sia l’aiuto economico necessario per raggiungere la propria indipendenza; sussistendone i presupposti (diversi nelle ipotesi di separazione o divorzio), anche nei confronti del coniuge “economicamente più debole” ovvero “privo di mezzi” può sussistere il diritto di percepire un contributo economico.

La quantificazione del contributo economico non può prescindere dalla patrimonialità delle parti, e l’accertamento della patrimonialità (effettiva) costituisce il punto critico del contenzioso familiare, perché, a prescindere dal puro dato economico, l’accertamento de quo diventa scontro tra interessi contrapposti e, spesso, tra vendette e rancori affettivi, che possono istigare comportamenti elusivi.

In materia di contenzioso familiare, il ricorso alle indagini di polizia tributaria (previsto  dalla L. 898 del 1970, art. 5, c. 9, come novellato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10), peraltro, viene definito come rientrante “nella discrezionalità del giudice di merito e non può essere considerato come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche, incontrando siffatta discrezionalità un limite nel (solo) senso che lo stesso giudice non può rigettare le istanze delle parti relative al riconoscimento ed alla determinazione dell’assegno, sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano, senza avere prima disposto accertamenti d’ufficio, anche attraverso la polizia tributaria” (così Cass. Civ., n. , n. 9861/2006); detta indagine, peraltro, viene disposta (solitamente su impulso di parte) per l’accertamento della patrimonialità (sulla quale basare la quantificazione del contributo al mantenimento), e, nella prassi, comporta la mera raccolta delle informazioni (fornite dalle stesse parti, ovvero dagli istituti bancari risultanti dagli atti, e, infine, ricavabili dai pubblici registri).

Se, dunque, al fine dell’emanazione di disposizioni circa gli obblighi contributivi in ambito familiare, risulta più agevole verificare la capacità patrimoniale con riferimento ai redditi da lavoro dipendente (o pensionistici) e ai redditi derivanti da beni iscritti in pubblici registri, altrettanto non è a dirsi per i redditi di impresa (intesa in senso ampio, comprensiva anche delle attività professionali e, in generale, di ogni tipo di lavoro autonomo), la gestione dei quali può agevolare il deprecabile atteggiamento di coloro che, cessato il rapporto familiare, vorrebbero sottrarsi agli obblighi contributivi, ovvero, per converso, puntare ad una “rendita” vitalizia a carico dell’EX.

In caso di separazione, divorzio (o regolamentazione dei rapporti economici con riferimento ai figli nati fuori dal matrimonio), sia il tribunale capitolino sia la corte di appello di Roma richiedono alle parti, oltre al deposito delle dichiarazioni dei redditi per gli ultimi tre anni, il deposito (per ciascuna parte) di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio (quindi con assunzione di responsabilità per le dichiarazioni mendaci), nella quale va precisata una serie di informazioni, specificamente richieste e ritenute idonee a verificare l’effettiva capacità patrimoniale.

Tuttavia, come implicitamente si evince dalla motivazione della sentenza in commento, la dichiarazione sostitutiva può non essere sufficiente, e, come la pratica dimostra, il “semplice” ricorso alle indagini di polizia tributaria (peraltro rimesse alla valutazione discrezionale del magistrato) non può essere ritenuto uno strumento idoneo a verificare la concreta patrimonialità delle parti.

Occorre dunque rendere concreto l’accertamento della patrimonialità delle parti (ad esempio: estendendo gli obblighi dichiarativi non solo ai conti correnti ed ai depositi co-intestati, ma anche ai conti dei familiari e di coloro che, su specifica indicazione probatoria, possano essere coinvolti nei meccanismi di “vendetta”, ovvero traendo elementi probatori dal puntuale esame delle risultanze dei movimento dei conti bancari), ed occorre che l’emersione di comportamenti non trasparenti venga adeguatamente sanzionata, come deciso dalla Corte con la sentenza in commento.

 


 

Si riporta la motivazione della sentenza n. 343/19, del 17.1.2019 (definitiva).

Ragioni della decisione

L.M. ha proposto appello avverso la sentenza di cui in epigrafe, con cui, a conclusione del giudizio di separazione personale introdotto da R.A., il tribunale di Velletri:

  • ha pronunciato la separazione personale dei coniugi R.A. e L.M.;
  • ha addebitato la separazione a L.M.;
  • ha confermato in punto di mantenimento i provvedimento ex art. 798 cpc, così come modificati con l’ordinanza del 19.12.2012;
  • ha condannato L.M. al pagamento delle spese di lite in favore di R.A., liquidandole in complessivi euro7.500,00, oltre oneri di legge.

Con l’ordinanza presidenziale ex art. 708 cpc era stato statuito, per quel che qui interessa:

  • l’obbligo del padre di corrispondere a R.A. la somma di € 2.500,00 a titolo di contributo per il mantenimento dei due figli, G. e D., oltre il 50% delle spese straordinarie medico/scolastiche, nonché la somma di € 500,00 per il proprio mantenimento.

Con successiva ordinanza del 19.12.2012, il giudice istruttore, a modifica della predetta ordinanza presidenziale, ha previsto il versamento diretto alla figlia G. del contributo paterno, pari a € 1.250,00, avendo cessato la convivenza con la madre.

Avverso la sentenza di cui in epigrafe ha proposto appello L.M. muovendo le seguenti censure:

  • Violazione di legge ed errata valutazione delle prove in relazione alla pronuncia di addebito, avendo il tribunale ritenuto di addebitargli la separazione, in difetto di ogni supporto probatorio, non avendo la ricostruzione dei fatti così come articolata ex adverso (relazione extraconiugale del marito quale causa della crisi coniugale) trovato conferma in sede istruttoria (i testimoni si sono limitati a riferire circostanze de relato; il rapporto investigativo non è stato confermati in sede testimoniale);
  • Travisamento dei fatti in punto di addebito, per avere il tribunale ritenuto che lo stesso non abbia negato la relazione extraconiugale, mentre al contrario in tutti gli scritti difensivi ha contestato tale circostanza;
  • Violazione ed erronea applicazione di legge ed errata valutazione delle prove in punto di mantenimento, non avendo il tribunale tenuto conto:
  1. dell’esito delle disposte indagini di polizia tributaria in grado di smentite le fantasiose ricostruzioni della controparte sui redditi del medesimo ed idonee a dimostrare che lo stesso, il quale svolge l’attività di commercialista, con un reddito netto di circa € 3.000,00 mensile, come provato per tabulas in sede presidenziale, ha fronteggiato una crisi economica senza precedenti, che ha visto gran parte dei suoi clienti in crisi finanziaria o in situazione fallimentare (G.A., ora fallita, gruppo C., ecc.);
  2. dell’inesistenza di un elevato tenore di vita in costanza di convivenza matrimoniale, in quanto la spesa ordinaria della famiglia, sostenuta in pari misura da entrambi i coniugi, era pari a circa € 2.400,00 mensile;
  3. dell’aggravamento dei suoi oneri familiari, per aver avuto un figlio nel 2012 dalla sua nuova compagna, totalmente a suo carico, per essere disoccupata;
  4. della crisi economica che ha colpito i liberi professionisti e le piccole e medie imprese, della messa in liquidazione dello studio M.Srl;
  5. della scelta di andare a vivere con i suoi genitori, per l’impossibilità di sostenere un canone di locazione;
  6. del miglioramento della situazione economica della moglie (già proprietaria della casa coniugale, costituita da una villa a F. di 265 mq dal valore attuale di circa € 1.200.000,00, acquistata nel 2006 senza contrarre mutuo e con i risparmi di entrambi i coniugi), verificatosi con il passaggio da un lavoro part time a un lavoro full time, che le ha consentito di percepire un reddito netto mensile di € 2.300,00.

Tanto premesso, ha chiesto di revocare la pronuncia di addebito; di ridurre il contributo paterno previsto in favore dei figli ad € 1.200,00 (600,00 per ciascuno), oltre il 50% delle spese straordinarie, da corrispondere direttamente ai figli; di porre a carico dell’A. l’obbligo di contribuire al mantenimento della figlia G., non essendo più convivente con la stessa; di revocare il contributo previsto per il mantenimento della moglie.

R.A., in via preliminare, ha eccepito la carenza di legittimazione passiva in relazione alla domanda di riduzione del contributo paterno in favore della figlia G..

Ha dedotto che la domanda doveva essere proposta nei confronti della figlia G., in quanto percepisce direttamente l’assegno di mantenimento paterno e vive per conto proprio.

Nel merito, ha contestato il ricorso in fatto e diritto, precisando che l’elevato tenore di vita goduto in costanza di convivenza matrimoniale, evidentemente riconducibile agli elevati redditi del marito, in quanto all’epoca, lavorando part time, ella percepiva circa € 1.500,00 mensili, quale dipendente di banca, e il tenore di vita attualmente goduto dal marito (vive in un lussuoso comprensorio di G., utilizza vetture costose, festeggia le ricorrenze in costose location, ecc.) sono incompatibili con quanto fiscalmente dichiarato dal marito.

In realtà, questi, al fine di sottrarsi ai suoi doveri di mantenimento, si è costruito una situazione ai limiti dell’indigenza (ha chiuso la studio M.SRL in costanza di giudizio di separazione, per poi riaprirne ben due – M. associati Srl e M e associati Srls – nei quali è socio unico; ha evidentemente depositato le sue risorse finanziarie su conti correnti a lui non intestati, altrimenti non possono trovare spiegazione i consistenti bonifici – circa  € 300.000,00 – ).

Tanto premesso, ha chiesto, previe indagini a mezzo della guardia di finanza, da estendersi anche ai conti correnti intestati ai genitori, alla compagna e alle società del M., nonché ai conti correnti che il M. ha aperto in Svizzera, a) di aumentare il contributo ordinario paterno previsto per il mantenimento dei figli, nonché di porre a carico del padre le spese straordinarie, comprendendovi anche le spese sportive e ricreative, nella misura del 70%; b) di aumentare il contributo previsto per il suo mantenimento.

A.R., in corso di causa, ha depositato l’atto di compravendita del 25.10.2017, stipulato, in veste di acquirente, dalla nuova compagna del M., S.L., ed avente ad oggetto l’acquisto di un appartamento, con annessi cantina e box, siti nel comune di Roma, per il prezzo di € 820.000,00, contraendo contestualmente un mutuo di € 400.000,00, garantito anche da L.M: in veste di fideiussore (contratto di finanziamento di credito fondiario del 25.10.2017 versato in atti).

Il M. ha sostenuto che la compagna ha acquistato il predetto immobile utilizzando il ricavo di una vendita immobiliare, effettuata nel 2014, pari a € 240.000,00, e contraendo, per la rimanente parte del prezzo, il mutuo; che la sua situazione economica si è ulteriormente aggravata, come da dichiarazione sostitutiva in atti del 20.1.2017, in quanto, il tribunale di Velletri, a seguito della fine della relazione con S.L., con provvedimento del 2.11.2016, nel procedimento per la regolamentazione dell’esercizio della responsabilità genitoriale di figli nati fuori dal matrimonio, ha posto a suo carico la somma mensile di € 900,00, otre il 50% delle spese straordinarie, a titolo di contributo per il mantenimento del figlio F., assegnando la casa familiare a S.L., recependo in tal modo l’accordo raggiunto con al sua ex compagna; che corrisponde anche la retta per il pagamento della scuola privata frequentata dal figlio F. (tre rate trimestrali di € 660,00); che il suo reddito si è ulteriormente ridotto, anche a causa dei ridotti redditi delle società a lui totalmente riconducibili; che il figlio D., nato il 24.12.1996, è divenuto autonomo economicamente, in quanto svolge attività lavorativa dal 24.1.2018, percependo una retribuzione mensile di € 800,00.

Domande proposte nei confronti di R.A. in relazione alla posizione della figlia G..

L’eccezione di difetto di legittimazione passiva in ordine alla domanda di riduzione del contributo previsto in favore di G. è fondata, in quanto tale domanda può essere proposta solo nei confronti della figlia, per non convivere più con la madre e per essere già stata individuata quale creditrice esclusiva dell’obbligazione di pagamento (ordinanza del 19.12.2012 che pone a carico del padre l’obbligo di corrispondere l’assegno direttamente a G.).

La relativa domanda deve dichiararsi inammissibile.

Sull’addebito.

Ai fini dell’addebitabilità della separazione personale, è necessario procedere non solo al riscontro de comportamento del coniuge consapevolmente contrario ai doveri derivanti da matrimonio, ma anche all’accertamento che a tale comportamento sia causalmente ricollegabile la situazione di intolleranza della prosecuzione della convivenza, giustificativa della separazione medesima; e ciò in una valutazione globale e comparativa dei comportamenti di ciascun coniuge per verificare se quello tenuto da uno di essi sia causa dell’intollerabilità della convivenza ovvero effetto di questa.

La domanda di addebito della separazione formulata da R.A. è stata accolta dal tribunale sul presupposto della violazione del dovere di fedeltà da parte del M. e dell’esistenza del nesso di causalità tra la relazione extraconiugale e la disgregazione coniugale.

Il tribunale, dopo aver richiamato l’art. 115 cpc, in forza del quale le circostanze non oggetto di specifica e puntuale contestazione debbono essere valutate dal giudice a prescindere dal loro riscontro istruttorio, per effetto di relevatio ab onere probandi, ha affermato che il M., pur senza confermarla, non ha negato la relazione extraconiugale, sostenendo che la crisi risalisse al 2008.

Conseguentemente, ha ritenuto processualmente acquisita l’infedeltà contestata dalla moglie, e, in difetto di supporti probatori in ordine ad una menage già compromesso su cui si è innestato il tradimento (il M. ha dedotto che la causa della crisi familiare fosse da ricollegare al comportamento aggressivo della moglie, limitandosi, tuttavia, a provare, attraverso l’escussione testimoniale del fratello, solo l’esistenza di alcune liti familiari, che di per sé non necessariamente hanno efficacia causale sulla disgregazione familiare).

La Corte ritiene condivisibile il ragionamento del tribunale.

L.M. nella memoria di costituzione, in merito all’allegazione della moglie (crisi coniugale dipesa dal tradimento del M. alla stessa confessato), non ha svolto alcuna contestazione specifica, limitandosi a dichiarare “Preliminarmente, si rappresenta l’infondatezza di quanto affermato ex adverso circa la causa che avrebbe determinato la fine del rapporto coniugale nel febbraio/luglio 2010, ossia una relazione extraconiugale del M., con conseguente disinteresse per il rapporto di coniugio… priva di fondamento come sarà provato in istruttoria, anche in ordine alla tempistica dei fatti. In realtà il rapporto coniugale era in crisi già dal 2008.”

Non ha contestato in modo specifico l’esistenza della relazione extraconiugale, essendosi la sua difesa concentrata sulla tempistica, al fine di escludere il nesso causale (“la causa”) tra il tradimento e il venir meno dell’affectio coniugalis.

Nelle memorie di cui all’art. 183, comma 6, cpc nulla ha detto sul punto.

Nelle note di replica ha evidenziato il difetto di prova in ordine all’esistenza della relazione extraconiugale, specificando di non aver mai confessato alcunché.

Ebbene, solo nelle repliche vi è una contestazione attinente all’esistenza della relazione extraconiugale, sia pure implicita, in quanto desumibile dal contestato difetto di prova.

Tuttavia, per quanto qui interessa, non può attribuirsi rilevanza alle repliche, in quanto le contestazioni delle circostanze poste a fondamento della domanda della controparte possono essere mosse non oltre le memorie ex art. 183, co. 6, cpc, con cui si cristallizza il thema decidendum ed il thema probandum.

Le sentenza, pertanto, deve essere confermata in punto di addebito.

Sul mantenimento della moglie e del figlio D..

Il contributo al mantenimento deve essere determinato in misura tale da garantire al coniuge il tenore di vita goduto in costanza di convivenza coniugale, sia pure nei limiti consentiti dalle condizioni economiche del coniuge obbligato.

Il primo parametro da esaminare è il tenore di vita, segue la valutazione delle capacità reddituali dei coniugi, al fine di individuare se uno di essi debba versare all’altro un contributo, che, riequilibrando le posizioni economiche, consenta ad entrambi i coniugi, per quanto possibile, un tenore di vita analogo a quello antecedente alla separazione.

Il tenore di vita goduto in costanza di convivenza coniugale era elevato.

Ciò è desumibile, non solo e non tanto dalle spese sostenute dalla famiglia (viaggi, personale di servizio, onerose spese per la gestione della casa familiare, trattandosi di una villa di 265 mq, frequentazione di scuole private da parte dei figli) ma anche dal comportamento tenuto dal marito dopo essersi allontanato dalla casa familiare, consistito nel versare mensilmente e spontaneamente alla moglie € 5.000,00 per i primi quattro mesi, successivamente ridotti ad € 3.000,00, oltre a farsi carico del pagamento delle utenze della casa familiare e della retta della scuola frequentata dal figlio D..

Tale assetto economici fa comprendere l’elevato tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, nonché la ricollegabilità prevalente del medesimo al reddito del M., il quale, per l’appunto, ha volontariamente assunto obblighi di mantenimento di consistente portata.

Oltretutto, tale impegno economico è stato assunto in un periodo (fine 2010) in cui, secondo l’assunto del M., la sua attività di commercialista era già stata investita dalla forte crisi economica.

Pacifico dunque l’elevato tenore di vita garantito dal M. alla famiglia, con riferimento ad esse deve accertarsi se la moglie è nelle condizioni di poterlo mantenere alla luce dei suoi mezzi anche potenziali.

A.R., quale dipendente di banca, ha un reddito mensile netto di circa € 2.300,00.

È onerata dalle spese di gestione e di mantenimento della ville in cui risiede con il figlio D., che, per le dimensioni dell’immobile, devono ritenersi consistenti ed in grado, dunque, di incidere in modo significativo sul menage familiare.

Con il suo reddito, detratti gli oneri esposti, non è in grado di mantenere il tenore di vita pregresso, sol se si consideri che il nucleo familiare era solito fare vacanze ed utilizzava una domestica.

Ha diritto, dunque, all’assegno di mantenimento.

Per valutare la congruità del quantum, fissato dal giudice di prime cure nella misura di  € 500,00 mensile, deve vagliarsi la condizione economica del M..

Deve ritenersi che l’appellante abbia una capacità reddituale superiore rispetto a quella fiscalmente dichiarata ed accertata dalla guardia di finanza (che, però, va detto, si è limitata ad acquisire le dichiarazioni fisali e la documentazione relativa ai conti correnti intestati alle parti, senza indagare sull’esistenza di ulteriori fonti di reddito e/o risorse finanziarie non conosciute dal fisco), in quanto quella fiscalmente dichiarata (3.000,00 euro netti mensili) è inconciliabile con le somme spontaneamente versate alla moglie dopo l’allontanamento dalla casa coniugale e con i successivi oneri che volontariamente si è assunto (€ 900,00 mensile per il mantenimento del figlio F., oltre il pagamento delle rette scolastiche, come da accordo delle parti recepito dalla decisione giudiziale), nonostante il suo reddito pari, secondo il suo assunto a € 3.000,00 fosse già gravato dal pagamento della domma complessiva di € 3.000,00, da corrispondere rispettivamente alla moglie (€ 1.750,00) e alla figlia G. (€ 1.250,00).

È emblematico, in relazione al comportamento poco trasparente del M., ciò che è emerso in relazione alla situazione economica della sua compagna, S.L.,

Il M. ha reiteratamente sostenuto che la compagna fosse priva di ogni redditività, per aver perso il lavoro nel 2013; dunque totalmente a suo carico.

A seguito del deposito da parte dell’A. del contratto di vendita del 25.10.2017, stipulato, in veste di acquirente, dalla nuova compagna del M., S.L., per un prezzo di € 820.000,00, ha sostenuto di non aver aiutato la L. nell’acquisto della casa, per avere ella utilizzato la somma ricavata dalla vendita di un immobile effettuato nel 2014.

Non ha tuttavia chiarito come abbia potuto la L., descritta dallo stesso come indigente, versare al momento della stipula del contratto di vendita € 400.000,00, visto che il ricavo della vendita pregressa è stato pari a € 240.000,00.

Non ha chiarito, altresì, come la L. possa corrispondere le rate del mutuo contratto per un importo di € 400.000,00; così come non ha chiarito perché ha assunto il ruolo di fideiussore, nonostante la relazione con la compagna si fosse già conclusa.

Balza in evidenza che il M. tuttora dispone di notevoli entrate e/o risparmi e che, al fine di sottrarsi ai suoi doveri di mantenimento, si è costruito un’apparente stato di indigenza.

Il comportamento poco trasparente e le sue dichiarazioni inattendibili giustificano la segnalazione della sua posizione alla Guardia di Finanza di R. ai sensi dell’art. 36 D.P.R. n. 600/73, come modificato dall’art. 19. Comma 1, lett. d, L. n. 413/91.

Il divario economico esistente fra le parti, in favore evidentemente del M., oltre a giustificare il diritto all’assegno di mantenimento da parte della moglie, rende congruo l’importo fissato nella misura di € 500,00, alla luce degli oneri familiari di cui il M. è gravato (mantenimento di tre figli per un importo complessivo di € 3.400,00, oltre e spese straordinarie nella misura de 50%).

Sul mantenimento del figlio D..

  1. è nato il 24.12.1006, ha, dunque, raggiuto la maggiore età nel corso del giudizio di primo grado.

L’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli e di assicurargli un habitat domestico secondo le regole dell’art. 148 cc non cessa ipso facto con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero dal rifiuto ingiustificato dello stesso, il cui accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorati alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione (così Cass. n. 4188/06).

Il M. ha depositato documentazione attestante lo svolgimento da parte di D. di un tirocinio presso l’A. Srl svolto dal 25.1.2018 al 24.7.2018, retribuito con un’indennità lorda pari a € 800,00.

In forza di ciò, ha sostenuto che D. sia divenuto autonomo economicamente e conseguentemente che sia venuto meno il suo obbligo contributivo.

In realtà, D. non è entrato nel mondo del lavoro, neanche in via precaria.

Si è limitato a svolgere un tirocinio nell’ambito di un progetto formativo, al fine di acquisire competenze lavorative.

Ha diritto ad essere mantenuto.

L’importo ordinario fissato nella misura di € 1.250,00 è congruo, perché consente a D. di mantenere il buon tenore di vita goduto in costanza di convivenza con entrambi  genitori.

Deve confermarsi la sentenza sul punto.

Sulle spese straordinarie.

Il divario economico esistente tra i genitori in favore del M. non giustifica la modifica del riparto, come richiesto da R.A., in quanto il M., proprio in forza di tale divario, partecipa al mantenimento ordinario del figlio, versando alla madre € 1.250,00, in maggiore misura risetto a quest’ultima.

R.A. ha chiesto di ampliare le spese straordinarie, limitate in sentenza alle spese medico/scolastiche, prevedendo anche le spese sportive e ricreative.

Sul punto, in conformità al protocollo delle spese straordinarie concluso dal Tribunale di Roma d’intesa con il Foro presso il Tribunale di Roma in data 17.12.2014, a cui la corte ritiene di doversi adeguare condividendone il contenuto, si specifica:

  • la determinazione dell’assegno di mantenimento tiene conto di quelle che erano già le specifiche correnti della famiglia coesa;
  • le spese straordinarie sono “cosiddette non soltanto perché oggettivamente imprevedibili nell’an, ma altresì perché, quantunque relative ad attività prevedibili, non sono determinabili nel quantum ovvero attengno ad esigenze episodiche e saltuarie”;
  • le spese straordinarie vanno distinte “le spese che devono considerarsi obbligatorie perché di fatto conseguenziali a scelte già concordate tra i coniugi (es. libri di testo o acquisti farmaci prescritti da medico scelto di comune accordo) ovvero connesse a decisioni talmente urgenti da non consentire la previa concertazione, da quelle invece subordinate al coseso di entrambi i genitori”;
  • le spese comprese nell’assegno di mantenimento sono: vitto, abbigliamenti, contributo per spese dell’abitazione, spese per tasse scolastiche (eccetto quelle universitarie) e materiale scolastico di cancelleria, mensa, medicinali da banco (comprensivi di antibiotici, antipiretici e comunque di medicinali necessari alla cura di patologie ordinarie e/o stagionali), spese di trasporto urbano (tessera autobus e metro), carburante, ricarica cellulare, uscite didattiche organizzate dalla scuola in ambito giornaliero; prescuola, doposcuola e baby sitter se già presenti nell’organizzazione familiare prima della separazione; trattamenti estetici (parrucchiere, estetista, ecc.);
  • le spese straordinarie subordinate al consenso di entrambi i genitori sono: spese scolastiche; iscrizioni e rette di scuole private e iscrizioni, rette ed eventuali spese alloggiative fuori sede, di università pubbliche e private, ripetizioni, viaggi di istruzione organizzati dalla scuola, prescuola, doposcuola e baby sitter se l’esigenza nasce con la separazione e deve coprire l’orario di lavoro del genitore che li utilizza;

spese di natura ludica o parascolastica: corsi di lingua o attività artistiche (musica, disegno, pitture), corsi di informatica, centri estivi, viaggi di istruzione, vacanze trascorse autonomamente senza i genitori, spese di acquisto e manutenzione straordinaria di mezzi di trasporto (mini-car, macchina, motorino, moto);

spese sportive: attività sportiva comprensiva dell’attrezzatura e di quanto necessario per svolgimento dell’eventuale attività agonistica;

spese medico sanitarie: spese per interventi chirurgici, spese odontoiatriche, oculistiche e sanitarie non effettuate tramite SSN, spese mediche e di degenza per interventi presso strutture pubbliche o private convenzionate, esami diagnostici, analisi cliniche, visite specialistiche, cicli di psicoterapia e logopedia.

  • Le spese straordinarie “obbligatorie” per le quali non è richiesta la previa concertazione sono: libri scolastici, spese sanitare urgenti, acquisto di farmaci prescritti ad eccezione di quelli da banco, spese per interventi chirurgici indifferibili sia presso strutture pubbliche che private, spese ortodontiche, oculistiche e sanitarie effettuate tramite il SSN in difetto di accordo sulla terapia con specialista privato, spese di bollo o di assicurazione per il mezzo di trasporto.

Anche con riguardo alle spese straordinarie da concordare, il genitore, a fronte di una richiesta scritta dell’altro, dovrà manifestare un motivato dissenso per iscritto nell’immediatezza della richiesta (massimo 10 gg.) ovvero in un termine all’uopo fissato; in difetto il silenzio sarà inteso come consenso alla richiesta.

La natura della causa e l’esito del giudizio giustificano la compensazione delle spese di lite.