Ripartenza post Covid-19: l’Italia cerca l’equilibrio necessario tra economia, identità e reti internazionali.

Ripartenza post Covid-19: l’Italia cerca l’equilibrio necessario tra economia, identità e reti internazionali.

 

 

L’impatto fulminante del Covid-19 ha rivoluzionato, nel giro di poche settimane, non soltanto i rapporti tra le persone, ma il modo stesso di concepire le dinamiche sociali ed economiche: dopo quasi quattro mesi, siamo – forse e auspicabilmente – nella fase finale della pandemia e, nel frattempo, la tecnologia ci ha consentito di mantenere saldi i legami a dispetto delle distanze, mettendoci di fronte ai limiti del nostro sistema e alla necessità di costruirci una nuova identità.

In questo contesto di improvviso ribaltamento delle certezze e di forzato immobilismo, l’economia ha subìto uno shock a livello globale senza precedenti, mettendo ben presto in ginocchio industria, commercio e servizi: una tempesta perfetta per i mercati.

Anche il Made in Italy – in questo periodo – si è fermato ed era inevitabile.

L’analisi oggettiva dei dati Istat relativi all’export in periodo di lockdown restituisce un quadro di profonda sofferenza: a marzo, il calo è stato del 13,5% su base annua, ossia 5,5 miliardi di incassi in meno per le aziende, con una contestuale diminuzione di oltre 12 punti nei mercati europei e di quasi 15 punti in quelli extra-UE; ad aprile, la debolezza della domanda, fiaccata dalla serrata internazionale delle filiere produttive, ha causato un decremento del 44,2% soltanto oltre i confini europei, determinando – in valore assoluto – una perdita di più di 8 miliardi in un solo mese: purtroppo, un record negativo nelle serie storiche Istat dal 1993.

Numeri allarmanti, senza dubbio, ma che meritano una riflessione più ampia, perché – se è vero che gli indicatori portano a ritenere che l’intero 2020 sarà quasi certamente un anno di flessione generalizzata, anche per la comprensibile perdita di fiducia degli operatori – è ragionevole prevedere che la ripresa sarà trainata, in primo luogo, dai settori tradizionalmente legati alle produzioni a forte marchio italiano.

D’altro canto, come scriveva Ernst Renan a proposito della nazione, la conformazione di un’identità necessita di una forte dose di memoria, ma anche di un’altrettanta dose di oblio.

Adesso, serve bilanciarli con attenzione: memoria e oblio.

In questo senso, la pandemia – evento certamente destabilizzante nell’immediato, ma foriero di possibili cambiamenti migliorativi per il futuro – dovrebbe condurre a riaffermare l’importanza soprattutto dell’agroalimentare nel sistema italiano, come elemento di punta nel percorso di nuova espansione commerciale, in particolare delle filiere integrate e autonome: non è un caso che il nostro comparto del food, negli ultimi anni, sia stato il fiore all’occhiello dell’imprenditoria italiana e abbia seguito una curva di crescita costante, determinata non soltanto dalla domanda estera, ma anche da quella interna, fortemente alimentata dal mondo Horeca (hotel, restaurant, cafè – catering).

I dati del periodo di emergenza sanitaria confermano che l’agroalimentare, pur in un trend negativo, ha tenuto maggiormente rispetto ad altre realtà produttive: tanto è vero che l’ISMEA (Istituto per i servizi del mercato agricolo alimentare) ha evidenziato un marcato segno positivo per la spesa delle famiglie per prodotti alimentari, con un significativo incremento del 7% nel primo trimestre 2020, dopo il contenuto 0,4% del 2019.

Non solo: complice la necessità per l’intera popolazione di restare a casa, le vendite nei canali della GDO hanno fatto segnare, nel mese di marzo, un aumento addirittura del 20% per i prodotti confezionati e del 9% per i freschi sfusi.

Particolarmente confortante, in prospettiva, il canale di commercio con l’estero: gli indicatori dei primi due mesi del 2020 (l’epoca ante Covid-19) rendono evidente come l’arresto emergenziale sia intervenuto in un percorso di sviluppo costante: le ultime esportazioni di prodotti agroalimentari, infatti, avevano fatto registrare aumenti del 10,8% su base annua a fronte del +4,7% del totale merci.

Era logico che l’impatto pandemico portasse i numeri in terreno negativo, a partire dal mese di marzo, con una flessione del 5,8% rispetto al 2019 per i beni non durevoli, ove rientrano anche quelli dell’agroalimentare: ma vi sono tutte le condizioni per un rilancio, che parta dalla consapevolezza di dover portare a fattor comune l’esperienza imprenditoriale italiana, nell’ambito di una strategia nazionale, che abbia la lungimiranza di fare sistema.

Traendo insegnamento dalle dinamiche emerse nelle fasi più acute della diffusione del virus, dove si è radicato un chiarissimo concetto (quasi “primitivo”) di economia locale a servizio della società, occorre dare nuova linfa a strutture aziendali vitali per la macchina produttiva del Paese: dagli investimenti reali alla rimozione degli ostacoli burocratici alla crescita, dalla riforma del lavoro agli incentivi per la costituzione di reti di imprese, dalla formazione mirata alla creazione di nuove competenze allo sfruttamento consapevole delle tecnologie applicate ai processi di produzione, dalla creazione di solide infrastrutture nazionali allo sviluppo mirato dei rapporti con i mercati esteri.

In questo quadro, dev’essere salvaguardato il difficile (e spesso irrisolto) equilibrio tra intervento statale e libera iniziativa economica privata: il Governo – e, in più in generale, le Istituzioni anche locali – devono dimostrare di essere all’altezza di una programmazione, che porti l’intera economia (intesa come industria, commercio, professioni e servizi) a riprendere gradualmente un deciso, e soprattutto stabile, percorso di crescita.

I primi segnali di un supporto governativo alla ripartenza paiono arrivare dal Decreto Rilancio (D.L. 19 maggio 2020, n. 34), che prevede ulteriori fondi per sostenere le esportazioni delle nostre imprese e, in generale, la politica di internazionalizzazione: il Fondo di promozione integrata del Made in Italy viene rifinanziato con una dotazione di 250 milioni, che sarà finalizzata anche a garantire la concessione di cofinanziamenti a fondo perduto, fino al 50%, dei finanziamenti accordati da Simest (gruppo Cassa Depositi e Prestiti), nell’ambito del fondo rotativo 394, strumento del Ministero dello Sviluppo Economico, che ha la funzione principale di accompagnare le aziende nelle varie fasi di penetrazione dei mercati esteri.

Anche l’accordo Italia-Cina, firmato all’inizio di aprile, che consentirà alle nostre imprese (che ne producono circa un milione di tonnellate all’anno) di esportare il riso nel mercato sconfinato del gigante asiatico, si rivelerà essenziale per la ripartenza dei flussi commerciali oltre confine

La direzione dovrebbe essere quella giusta, perché i finanziamenti agevolati (tasso di maggio 2020: 0,069% annuo) comprendono le principali attività aziendali, anche preliminari: gli studi di fattibilità per verificare la convenienza di un investimento produttivo o commerciale all’estero; i programmi di realizzazione delle prime strutture in mercati extra-UE e di assistenza tecnica per la formazione del personale in loco; lo sviluppo di sistemi di e-commerce per la diffusione di beni e servizi prodotti in Italia o distribuiti con marchio nazionale.

Soprattutto quest’ultimo aspetto deve diventare, con sempre maggior convinzione, uno dei primi obiettivi del comparto agroalimentare, unitamente allo sviluppo sostenibile delle filiere: l’uso delle nuove tecnologie, la sistematica adozione dei canali telematici di vendita e l’ingegnerizzazione dei processi di produzione, anche attraverso l’ausilio della blockchain e l’implementazione delle fasi di etichettatura, per consentire la completa tracciabilità dei beni anche online.

Deve realizzarsi, insomma, una strategia di lunga prospettiva, che nasca dal connubio ideale tra autenticità del prodotto, cultura del marchio, misure economiche adeguate, sostegno statale e vision imprenditoriale, avendo a cuore tanto la dimensione nazionale, quanto le direttrici internazionali: in questo modo, il motore dell’agroalimentare potrà essere davvero determinante, tenendo a mente che la tecnologia non fornisce un’educazione ai sentimenti, né tantomeno agli equilibri economici.

Bisogna saper governare entrambi per affermare una rinnovata cultura dell’impresa.