Riflessioni sulla nostra professione per i quarantenni di oggi

Riflessioni sulla nostra professione per i quarantenni di oggi

 

Lì mi ritrovo, quarantenne di oggi, nel mezzo di quel cammino che posizionava il Sommo al centro della sua stessa esistenza. E non abbandono l’analogia anche laddove posso sinceramente dichiarare di camminare per una selva oscura, che la diritta via è oltremodo (quasi) smarrita. E tanto più la via del passato appare diritta per il cumulo di esperienza sulle spalle, la  dimestichezza ormai consolidata con il diritto, con le aule, con i giudici e gli assistiti, tanto più curve mi separano dal punto in cui mi trovo a ciò che accadrà nel futuro più prossimo.

E’ quell’età che ti permette di avere, e di poter vantare, un carico di esperienza sufficiente per togliere gli occhiali finti che ti facevano sembrare più maturo e meritevole di fiducia. E’ quell’età che ti permette di offrirti come scrittore di articoli sulla bellezza e problematicità della nostra professione ed ottenere un sì, prego, scrivici di questo. E’ quell’età che già ti permette di poterti vantare di sentirti “stufo” della professione, di poterti vantare di ripensare alle parole di un padre che raccomandavano “scegliti un lavoro sicuro”. E’ d’altra parte quell’età che ti ha permesso alle 16.30 di andare a prendere a scuola i tuoi figli, che hai messo al mondo ed allevato in quell’intervallo tra l’udienza della mattina e l’orario di studio pomeridiano, tra la cena in famiglia e l’atto sul portatile da completare prima dell’invio di mezzanotte col P.C.T.. E’ quell’età, per l’appunto, in cui gli acronimi si danno per “digeriti”, non più bisogno di scomporli, avendone consolidato il significato. E’ quell’età in cui già a decine di migliaia di euro ammonta il tuo credito di onorari professionali rimasti insoluti, appesi lì a speranze che sai di non avere, perché conosci come vanno queste cose.

Ebbene mi dissi a 19 anni che avrei voluto fare l’avvocato per non dipendere da nessuno nel dirmi cosa posso o non posso fare, sentirmi libera di scegliere se comportarmi secondo legge non per paura ma per ponderata sconsideratezza. Conoscere il diritto o anche solo avere quella forma mentis che apre all’intero scibile giuridico è una delle libertà più grandi  raggiunte, paragonabile solo alla libertà di negare la propria assistenza ad un cliente che, seppur “capiente”, ha tutta l’aria di non essere un “buon” cliente. E’ quell’età in cui ne hai già viste tante, e nel numero ti è arrivata anche l’occasione di difenderti da solo, fidandoti tanto di te stesso da evitare anche l’amico avvocato che non ti avrebbe fatto pagare, ma decidi di “patrocinarti”, fiducioso di essere un buon avvocato anche di te stesso. E’ quell’età in cui ti lamenti dei contributi fissi da versare alla Cassa e poi vai al simulatore per calcolare la pensione che ti spetta nell’ “oltremondo”. E’ quell’età in cui, ancor stanco la mattina, puoi lamentarti della professione e tornare poi soddisfatto a casa  la sera dopo aver ricevuto la pec di una importante sentenza, e sentirti avvilito e soddisfatto, stanco e motivato, fiducioso e impotente, benestante e svilito.

Ma c’è un altro modo di vivere la professione ed è chiedere, confrontarsi e aprirsi al collega di turno, il collega che la ruota della vita ti fa incontrare al fianco dell’ennesima controparte e che ti fa dire, all’esito, “lieto dell’incontro professionale” . Quel collega ti suggerisce, ti parla di sé, ti mostra l’esempio di come si può essere e, a volte, con medesima importanza, di come è meglio non essere. E’ quel collega che per la prima volta ti ha parlato, con entusiasmo apparentemente immotivato, di smart contract, blockchain e di criptovalute facendoti precipitare nel vuoto del non conoscere, dopo che i quarant’anni ti avevano portato un certo livello di sicurezza e di conoscenza del mestiere. Ed ecco quella  selva oscura apparsa lungo il cammino esistenziale e lavorativo, proprio all’altezza di mezza vita, e che per l’appunto proprio il quarantenne non può in alcun modo ignorare perché ne rappresenta il futuro professionale, finanziario ed economico. Così esordisce il collega: “Smart contracts, la fine del notariato! … e dicono che, se non cavalchi l’onda, affondi con loro”. Non cedete, è qui la mia esortazione, alla tentazione di parlarne in termini di “allarmismo insensato” perché sottovalutare non è mai una soluzione in quanto sembrerebbe di fatto che la rivoluzione copernicana di internet rasenti quasi il banale rispetto alla rivoluzione che in pochi anni travolgerà le nostre vite per effetto di dette nuove tecnologie (ed infatti è proprio il notariato che per primo, nel mondo del diritto, si è dotato di una blockchain funzionante, altro che fine del notariato, almeno per chi decide di cavalcarla quell’onda).

Ed ecco apparire le blockchain e in particolare l’Ethereum, la blockchain di riferimento per la creazione di smart contract, oltreché criptovaluta, applicabile in tutti quei sistemi che necessitano sicurezza (vedi contrattualistica, vedi notariato, etc., e migliaia di altri settori di vita quotidiana neanche immaginabili ai più) e poi i token, una sorta di “unità certificata”, come un “buono” mi spiegarono in principio quando a tentoni mi affacciavo alla materia, una rappresentazione digitale potenzialmente di qualsiasi bene, anche dei diritti (es. diritto di partecipare alla divisione delle entrate di una società che fa scommesse on line). E poi la confusione aumentava laddove ti avvertivano (e ti avvertono) che il mercato delle criptovalute è ad oggi ancora deregolamentato e che il bitcoin non è uno “strumento finanziario” perché non rientra nella definizione giuridica fatta al tempo, che non aveva ancora occhi per vedere. E le rarissime giurisprudenze che si contano sulle dita di due mani (es. è ammissibile o meno la decisione di aumentare il capitale sociale attraverso criptovalute? e quali motivazioni hanno dato il tribunale e la Corte di Appello?).

Può certamente l’avvocato quarantenne far finta di non vedere e passare oltre oppure anche rimandare e attendere, sbirciando di tanto in tanto oltre il proprio naso. Certo è facile predicare, come nel mio caso, avendo proprio in famiglia chi si occupa di blockchain e mi ha svelato i retroscena delle occasioni imperdibili che la nuova tecnologia offre (anche) all’avvocatura. Ma per i tanti di noi che “si fanno da soli”, è ormai chiaro che è proprio lui o lei, legale quarantenne – con quella maturità, quell’entusiasmo ancora vivo e quell’elasticità mentale verso il nuovo, che caratterizzano quell’età – a poter e dover trascinare l’avvocatura verso il futuro tecnologico e a motivare i colleghi più grandi verso settori del diritto ancora quasi del tutto vergini e, anche per questo, potenzialmente ricchissimi. E ciò non solo per solidarietà o altruismo, che forse alla massa non interessa, ma anche perché è salendo proprio sulle spalle della sapienza e dell’esperienza dei Grandi che le mani dei Piccoli possono sfiorare le vette del progresso e, da quell’altezza, vedere oltre ove la selva oscura si dipana.