Parto anonimo. Novità giurisprudenziali

Avv. Paola Petrarca

Parto anonimo. Novità giurisprudenziali

Vorrei preliminarmente iniziare ricordando un recente fatto di cronaca portato alla ribalta dei media e che ha messo in evidenza l’istituto del parto anonimo.

La scorsa estate una donna di 47 anni ha lanciato un appello tramite la stampa nazionale: “Tutto è iniziato da un tumore al seno, che ora si è esteso con metastasi ai linfonodi. Resiste alle cure tradizionali e i medici mi hanno parlato di una terapia sperimentale svizzera, per cui però occorre la mappa genetica di almeno uno dei due genitori – racconta la donna a La Repubblica – Questo è un grosso problema, perché ho davvero poche informazioni al riguardo. Sono nata il 26 marzo 1973 a Como, nell’orfanotrofio delle suore di Rebbio, che oggi è chiuso. La mia madre biologica ha scelto di non far trascrivere il proprio nome nei documenti, chiedendo inoltre di cancellare tutti i dati sanitari, come all’epoca era lecito fare“, – e aggiunge -“Non le chiedo di venire a conoscermi, ma solo di sottoporsi a quel prelievo. Tutto l’affetto suscitato dal mio appello mi ha profondamente commosso – conclude – Spero davvero che possa arrivare anche a lei, ovunque sia” (fonte: La Repubblica del 13 febbraio 2021).

La donna, con questo suo appello, è l’ultimo anello di una lunga catena di figli nati da donne che hanno richiesto di non essere menzionate all’anagrafe come previsto all’art.30 comma 2 del D.P.R. n.396/2000.

La nascita di un bambino è un evento che incide profondamente sia nella vita emozionale e concreta di una donna e che non tutte le donne sono in grado di accogliere il nascituro.

Ciò per le più svariate motivazioni che vengono di volta in volta vagliate dai servizi preposti.

Quindi, in casi di difficoltà della madre, viene posta a conoscenza di questa un’ulteriore tutela predisposta al fine di farla partorire in sicurezza e di preservare altresì il bambino.

La mamma naturale ha l’opportunità di presentarsi presso qualsiasi struttura ospedaliera e partorire in totale sicurezza sia per sé che per il nascituro, avviando la procedura di cui all’art.30 comma 1 del DPR n.396/2000.

Sappiamo bene che il nascituro, una volta venuto al mondo, è una “persona” a tutti gli effetti e vede in capo a sé attribuita la capacità giuridica e la titolarità di una serie di diritti inviolabili della persona; per tale ragione la procedura volta a rilasciare la dichiarazione di “anonimità” della madre naturale deve essere resa entro il termine massimo di 10 giorni dalla nascita.

Questo affinché possa essere formato l’atto di nascita dell’infante e per attribuirgli l’identità anagrafica.

Poiché la madre vuole restare anonima, “La dichiarazione di nascita è resa da uno dei genitori, da un procuratore speciale, ovvero dal medico o dalla ostetrica o da altra persona che ha assistito al parto, rispettando l’eventuale volontà della madre di non essere nominata” (art.30 comma 1 DPR n.396/2000).

Successivamente avviene l’immediata segnalazione alla Procura della Repubblica presso il locale Tribunale per i Minorenni che, ricevuta la segnalazione, provvede “immediatamente” alla dichiarazione dello stato di adottabilità “senza eseguire ulteriori accertamenti” ai sensi dell’art.11, comma 2, della legge 184/1983 e succ. mod., con successiva sollecita individuazione di un’idonea coppia adottante in modo tale che al neonato venga celermente garantito il proprio diritto a crescere ed essere educato in una famiglia come figlio legittimo dei genitori che lo hanno adottato.
Quando avviene la segnalazione dello stato di abbandono, e in ogni successiva fase, devono essere omessi gli elementi identificativi della madre.

Esistono poi dei casi particolari in cui la madre non vuole formalizzare la procedura in esame. In tali casi ella può chiedere al Tribunale per i minorenni una sospensione della procedura di adottabilità del minore e un ulteriore periodo di tempo per formalizzarne il riconoscimento non superiore ai 2 mesi, purchè durante questo arco di tempo vi sia un rapporto significativo tra madre e figlio.

Il riconoscimento può essere sempre effettuato dal genitore che abbia compiuto 16 anni ma, nel caso di madre non ancora sedicenne che voglia occuparsi del figlio, la procedura di adottabilità viene sospesa d’ufficio sino al compimento del 16° anno di età della stessa.

Un’ulteriore puntualizzazione necessita e riguarda i diritti del padre biologico.

Tale posizione non viene presa in considerazione nel caso di parto anonimo poiché la donna, tenendo celate le circostanze del parto, rende impossibile il cosiddetto “riconoscimento in ventre”, incompatibile con la decisione dell’abbandono.

In ultima analisi dobbiamo osservare come l’art.28 della Legge n.149/2001, aderendo a un obbligo derivante dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo del 1989 (art.7) e della Convenzione de L’Aja sull’adozione internazionale del 1993 (art.30), abbia introdotto il diritto dell’adottato di accedere con certe procedure e alle informazioni concernenti l’identità dei suoi genitori biologici.
Tale accesso incontra però un limite dato nella stessa Legge 2001 n.149, art. 24 comma 7: “L’accesso alle informazioni non è consentito se l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato, o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo”.

Concetto, questo, ribadito anche con la sentenza della Corte Costituzionale n.278/2013 che sul punto ha dichiarato illegittimo l’art.28 comma 7 della Legge 4.5.1983, n.184, nel testo modificato dall’art.177, comma 22, D. Lgs. 30 giugno 2003, n.196, nella parte in cui non prevede ‒ attraverso un procedimento stabilito dalla legge che assicuri la massima riservatezza ‒ la possibilità per il giudice di interpellare la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell’art.30 comma 1 D.P.R. 3.11.2000, n.396, su richiesta del figlio, ai fini dell’eventuale revoca di tale dichiarazione.

La sentenza così recita: “compito del legislatore introdurre apposite disposizioni volte a consentire la verifica della perdurante attualità della scelta della madre naturale di non voler essere nominata e, nello stesso tempo, a cautelare in termini rigorosi il suo diritto all’anonimato, secondo scelte procedimentali che circoscrivano adeguatamente le modalità di accesso, anche da parte degli uffici competenti, ai dati di tipo identificativo, agli effetti della verifica”.

La Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite Civili, con sentenza 25 gennaio 2017 n. 1946, ha enunciato il principio di diritto nell’interesse della legge che in parte si trascrive: “… sussiste la possibilità per il giudice su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di eventuale revoca di tale dichiarazione … fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia stata rimossa a seguito dell’interpello e sussiste il diniego della madre di svelare la propria identità”. Permane, dunque, il concetto cardine della legge relativo al consenso della madre biologica interpellata a volere conoscere il figlio “abbandonato” al momento della nascita.

Successivamente, interrogata sul punto, la Corte di Cassazione, Sezione 6^ Civile, con ordinanza 7 febbraio 2018, n.3004, ha iniziato a precisare il concetto suesposto alla luce della circostanza che la madre biologica potesse essere, nelle more del tempo necessario al figlio adottato di richiederne l’interpello, deceduta.

Gli Ermellini, partendo dalla sentenza della Corte Costituzionale n.278 del 2013, che aveva enunciato il bilanciamento dei due diritti (quello della madre “anonima” e quello del figlio attraverso la “verifica della perdurante attualità della scelta della madre naturale di non voler essere nominata…“) ha dovuto evidenziare che l’intervenuta morte della donna era un ostacolo assoluto al riconoscimento del diritto del figlio adottato a conoscere le proprie origini.

Tale situazione avrebbe determinato una disparità di trattamento tra i figli nati da donne che hanno scelto l’anonimato ancora in vita e non, poiché a questi ultimi era preclusa la possibilità di interpellare sulla reversibilità della scelta fatta alla nascita dalla madre biologica.

Gli Ermellini hanno quindi precisato che il diritto all’identità personale del figlio dovesse essere garantito anche dopo la morte della madre anonima attraverso il trattamento delle informazioni riguardanti la madre biologica deceduta correttamente in modo che da ciò non ricevesse nocumento l’immagine e la reputazione, della stessa nonché di eventuali terzi interessati i discendenti e/o gli eventuali familiari.

Il fatto di cronaca a cui la scrivente ha accennato all’inizio di questo articolo ci riporta alla decisione della Corte di Cassazione, Sezione 1^ Civile, del 9.8.2021, n.22497, Presidente Genovese, che si incentra sul diritto del nato da parto anonimo ad accedere alle informazioni sulle proprie origini e alle informazioni sanitarie sulla salute della madre.

La massima di tale decisione recita: “In tema di diritto del nato da parto anonimo ad acquisire informazioni relative alle proprie origini, la Prima Sezione da un lato ha ribadito, in linea con la sentenza delle Sezioni Unite della S.C. n. 1946 del 2017, che il diritto a conoscere l’identità della madre deve essere contemperato con la persistenza della volontà di questa di rimanere anonima e deve essere esercitato secondo modalità che ne proteggano la dignità, tenendo dunque in considerazione la salute della donna e la sua condizione personale e familiare (nella fattispecie, è stata così confermata la sentenza di merito che aveva escluso il diritto del figlio a conoscere l’identità della propria madre, in quanto la donna era in età molto avanzata e versava in gravi condizioni di salute anche psichica); dall’altro lato, ha precisato che tale diritto va tenuto distinto da quello ad accedere alle informazioni sanitarie sulla salute della madre, al fine di accertare la sussistenza di eventuali malattie ereditarie trasmissibili, che può essere esercitato indipendentemente dalla volontà della donna e anche prima della sua morte, purché ne sia garantito l’anonimato “erga omnes”, anche dunque nei confronti del figlio”.

Le elaborazioni giurisprudenziali poste alla cognizione della Suprema Corte sono comunque molteplici.

Al di là delle varie tesi giurisprudenziali il dolore dato dall’«abbandono» o il dolore dato da quel «no» in chi ricerca le proprie origini non troveranno mai sollievo dal dibattito giurisprudenziale. Andrebbero invece eliminati i vuoti normativi della legge sul c.d. «parto in anonimato» che in essa permangono.

Il Legislatore dovrebbe urgentemente approvare procedure ad hoc che rendano meno gravoso ai figli nati da madri anonime, consentendo agli interessati l’accesso ai documenti relativi alle proprie origini che sono a loro umanamente necessari per un’esistenza più serena, pur sempre nel rispetto della difficile e dolorosa scelta presa tanti anni prima da donne che nella stragrande maggioranza dei casi erano sole e abbandonate.

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