Nuove pronunce in tema di diritto all’oblio

Nuove pronunce in tema di diritto all’oblio

Tema di assoluta rilevanza pratica per l’incessante lavoro di riequilibrio tra Le istanze generali e gli interessi dei singoli che costituisce uno dei pilastri fondamentali della professione di avvocato, Il diritto all’oblio è tornato alla ribalta con l’ultima sentenza del 24 settembre scorso[1] in cui la Corte di Giustizia europea ha giudicato in via definitiva su una controversia tra il CNIL (il garante della privacy francese) e Google in merito alla deindicizzazione[2] di contenuti pur legittimamente pubblicati ma non più attuali.

 

Il diritto all’oblio, infatti, dopo circa vent’anni dalla sua nascita, è ancora un tema di scottante attualità. Nell’equilibrio tra il diritto ad una corretta informazione da parte degli utenti di internet e la necessità del singolo – ad esempio quando abbia scontato una pena in sede penale – a non trovare ostacoli al proprio reinserimento visto che la rete non cancella mai, la linea seguita dai garanti della privacy in area GDPR è chiara.

Non sono mancate nell’anno resistenze della giurisprudenza ad un eccessivo ampliamento di tale diritto, e correlativamente della competenza del garante, ad esempio statuendo nella individuazione del petitum sostanziale (ricordiamo che all’Autorità Garante si può ricorrere anche senza l’assistenza tecnica di un avvocato), che la lesione del diritto all’onore e alla reputazione sia prevalente e preliminare rispetto all’istanza vedere ridotta la tracciabilità delle notizie all’interno dei motori di ricerca. Sul punto, una recente sentenza del tribunale di Milano[3], in motivazione, ha correttamente – a sommesso parere di chi scrive – ricordato che “chi invoca la tutela del diritto all’onore ed alla reputazione deve adire il giudice ordinario e, prima di ottenere un provvedimento che limiti il diritto di espressione, tutelato ex art. 21 Cost., deve attendere una pronuncia almeno esecutiva, se non definitiva ed irretrattabile, dell’effettiva violazione del diritto individuale all’onore o alla reputazione (cfr. in tal senso Cass. SS.UU. 23469/2016); spetta al giudice ordinario – e non al motore di ricerca, adito dal ricorrente – operare il bilanciamento tra diritto all’onore o alla reputazione e diritto alla libertà di manifestazione del pensiero (che, come da tempo affermato dalla Corte Costituzionale, rappresenta il «più alto, forse, dei diritti primari e fondamentali della Costituzione»: Corte Cost. n. 168 del 1971).”

In questo scenario, l’ultimo provvedimento del garante italiano risale al 24 luglio scorso[4] e riguarda nello specifico proprio una richiesta di deindicizzazione avanzata a Google relativa a una condanna in sede penale di meno di 10 anni, ma per la quale era intervenuta pronuncia giudiziale di riabilitazione. In quella sede la difesa di Google ha sostenuto il proprio diritto al mantenimento dell’indicizzazione non essendo trascorsi nemmeno 10 anni dalla condanna definitiva, peraltro raggiunta con un patteggiamento in merito a fattispecie criminose particolarmente gravi.

Il garante invece ha ritenuto di accogliere il reclamo ordinando a Google di rimuovere le URL oggetto del reclamo posto non solo che i fatti fossero in realtà del 2007, per cui – novità importante per i pratici – si è fatto riferimento al termine decennale dall’epoca dei fatti e non all’epoca della condanna, ma anche e soprattutto si è ribadito che l’intervenuto provvedimento di riabilitazione giudiziale fosse un valido presupposto per l’esercizio del diritto all’oblio.

Concludendo con una annotazione di carattere generale, non possiamo che registrare ancora una volta con soddisfazione che tanto le sentenze della Corte di Giustizia Europea quanto i provvedimenti delle autorità garanti nazionali, anche se relative a procedimenti iniziati prima dell’entrata in vigore del regolamento europeo, stiano ormai venendo definitivamente orientati allo schema di tutela previsto dallo stesso RGPD, definitivamente incentrato su uno schema di diritti con al centro l’interessato, piuttosto che su uno schema di esenzioni rigide per i titolari del trattamento.

Resta aperto il tema – centralissimo – delle competenze istruttorie del Garante rispetto alle fattispecie portate all’attenzione dalla platea generalizzata di utenti che erroneamente ritengono lo stesso competente a conoscere, in un’epoca in cui ogni aspetto della vita può essere veicolato dal web, di fatti anche lontanissimi dalla pur fondamentale funzione che la legge gli attribuisce.

[1] Testo integrale della sentenza su CURIA all’indirizzo https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2019-09/cp190112it.pdf

[2] Giova in questo contesto ricordare come il termine Deindicizzazione non significa  rimuovere la pubblicazione  (ad esempio un archivio giornalistico che resta in piedi  anche contro la volontà dell’interessato) ma significa impedire che il contenuto venga trovato tramite motori di ricerca esterni come google, bing, ecc. non tramite quello interno del servizio stesso. Alcuni sistemi o siti web nascono per non essere indicizzati, salvo effettuare una ulteriore azione.

[3] Trib. Milano, sent. 4 settembre 2018 G. Flamini r.g. 9199/2018

[4] Provvedimento 154 del 2019, reperibile all’indirizzo https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9129005