NULLA SARA’ PIU’ COME PRIMA (soltanto se lo vogliamo tutti e davvero).

NULLA SARA’ PIU’ COME PRIMA (soltanto se lo vogliamo tutti e davvero).

 

Quest’anno, nel mese pazzerello in cui col sole conviene portarsi anche l’ombrello, la routine di una incipiente primavera si fa sentire fra gli avvocati. Ci alziamo anche di buon mattino per arrivare nei luoghi dove si celebra la giustizia e cooperiamo alla attuazione della medesima, consci del proprio ruolo di responsabili della tutela dei diritti dell’individuo accanto a magistrati e funzionari pubblici. Con scrupolo ci rechiamo a fare controlli, richieste, depositi di atti (la carta in molti casi resiste ai cambiamenti) e come abbiamo maturato la vita professionale necessita di programmazione, di presenza e di impegno incessante.

Inaspettatamente è capitato un imprevisto che ha modificato ogni tipo di relazione fra le persone con importanti effetti sociali. La rapidissima trasmissione del virus sconosciuto e classificato covid-19 ha preso tutti alla sprovvista: i medici sono spiazzati così come gli operatori sanitari e quindi gli addetti economici e commerciali, i politici e gli addetti alla giustizia e per quanto più mi riguarda gli avvocati.

Lo scenario è mutato diventando rapidamente surreale per le scelte anti-contagio che hanno svuotato città e allo stesso tempo drammatico per i numerosi decessi avvenuti nel nord Italia. La comunicazione dei mass media ripetitiva e intesa ad instillare molta preoccupazione ha causato l’affastellarsi di nuove necessità e priorità che si sono aggiunte ai bisogni e mancanze precedenti al tempo del virus. Nuove espressioni vengono coniate: “io resto a casa”, “Nulla sarà più come prima!” e “andrà tutto bene”.

Gli avvocati erano già messi a dura prova dalle consuete e numerose disarmonie e rattoppi normativi nell’ordinamento giuridico (cfr. la nuova regolamentazione della prescrizione penale, la riforma delle intercettazioni rinviata varie volte etc. tanto per citarne alcune più evidenti). Ciò si aggiungeva agli storici adempimenti professionali da “garzone di bottega” più che da difensore dei diritti che sottraggono grande parte del tempo allo studio delle questioni. Così la pandemia virale aggiunge un ulteriore e drammatizzato parametro prioritario ai numerosi dati di fatto già insostenibili.

Per citarne alcuni ma molti altri se ne possono fare: la parziale riforma informatica per cui è necessario assicurarsi una duplicazione dei documenti del medesimo fascicolo – la versione cartacea e la versione on-line nei server della giustizia – oltre che il sistema della visibilità degli atti e del deposito di istanze, la eccessiva tempistica burocratica nel penale quando lo Stato è tenuto a corrispondere il patrocinio e il mancato completamento dell’informatizzazione dei servizi di uffici e cancellerie che costringono ancora a code impensabili per il settore civile e antidiluviane per il settore penale, etc.

Le relazioni umane sono le prime interessate; ma queste sono appannaggio di numerose scienze cd. umanistiche: nel comportamento e nella comunicazione per quanto alle varie scienze psicologiche e antropologiche, nella medicina per la ricerca di nuovi vaccini e di nuove professionalità sanitarie, in ambito di relazione sociale fra le persone si attua il ‘distanziamento’ obbligatorio e la fortissima limitazione delle libertà fondamentali in condizioni emergenziali con il cd. lockdown del paese (nel terzo millennio si è potuto arginare soltanto così il contagio della malattia), nell’attività finanziaria ed economica che viene ridotta all’essenziale, con la paralisi di fatto dell’economia e dello sviluppo del paese. Dai reportage televisivi si può intuire che pian piano c’è il rischio concreto che si possa davvero determinare il fallimento della gran parte delle piccole e medie attività economiche dell’intero paese.

Le misure adottate e direttamente legate al virus hanno prodotto ulteriori e notevoli ‘storture’ nel campo del diritto: le cd. udienze da remoto nel civile e nel penale, la sospensione di termini sostanziali e processuali per congelare la giustizia, i decreti dei vertici dell’amministrazione dello Stato che limitano pesantemente in emergenza le libertà costituzionalmente garantite (lavoro, circolazione, riunione, culto, iniziativa economica, di accesso alla giustizia, etc.).

A mo’ di veloce scorrimento delle più evidenti misure adottate nel campo della giustizia, in emergenza epidemica vengono create specifiche fattispecie di reato (poi depenalizzate) accanto a noti illeciti penali ed amministrativi di violazione dell’ordine dell’Autorità pubblica e dei reati di false dichiarazioni; si è trasfigurata l’essenza dell’autocertificazione amministrativa ex d.p.r. 445/90. L’autocertificazione rendeva possibile sostituire documenti e certificazioni emanati da Enti pubblici con una dichiarazione scritta e veritiera a pena di sanzioni penali, mentre la ‘nuova’ autocertificazione è un obbligo sottoposto a pena che prende il posto della ‘normale’ dichiarazione orale nel verbale in caso di sanzione per cui è facoltà dell’accusato rendere alle forze dell’ordine motivi e fatti che hanno una certa rilevanza.

La condizione conseguente alla pandemia ha offerto tutta una serie di novità per cui la fase di coabitazione col virus determina assetti e comportamenti inediti. Lo spartiacque nelle relazioni interpersonali è un segno del tempo e sintetizzato nell’espressione “nulla sarà più come prima” che può considerarsi come emblema del periodo pandemico da affrontare oltre che programma per il domani.

Come stanno adesso gli avvocati? 139.000 professionisti risultano dalla stima della Cassa previdenziale di categoria aver chiesto aiuto economico e spiace che il riconoscimento dello Stato è inferiore a quello fornito a chi è nullatenente e nullafacente senza i medesimi oneri e responsabilità, ma tant’è!

E’ evidente che la figura dell’avvocato necessita davvero di una forte spolverata di riconoscimento e dignità. Speriamo che non si sia costretti agli atti eroici di altre libere professioni affinché i cittadini si rendano conto dell’importanza dell’avvocato e dell’attività resa da pronunce che accertano le pretese giuridiche in tempi ragionevoli.

E’ tutto risolto? No, assolutamente. L’avvocato, come tutti, è tenuto a svolgere l’attività per mantenere decoroso il proprio tenore di vita e non mi pare che si possa sostenere che tutto è in via di soluzione e che si va a ristabilire come prima dell’invasione epidemica.

La nobile routine primaverile è stata bruscamente interrotta e, a questo punto, non resta altro che sporcarsi le mani con le nuove sfide della nuova condizione, che la normativa emergenziale ha prodotto: una ‘diversa’ giustizia. I decreti di presidenti di tribunali e prassi differenti, legati a realtà specifiche che richiedono attenzione da parte di avvocati che operano su varie realtà; la mancanza di definizioni e di adeguati criteri e linee guida per indirizzare il transito dalla cd. fase uno alla fase due per cui la giustizia è garantita anche in modo diverso a seconda del tribunale e soprattutto è consentito in modo eccessivo il rinvio annuale dei procedimenti così da compromettere le attese di chi chiede giustizia e, comunque, importerà il collasso della gestione futura dei procedimenti.

La giustizia è parsa negletta e abbandonata: le norme emergenziali la individuano come attività non essenziale. Chiedere un rapido accertamento giurisdizionale di un fatto non è considerato importante dall’Autorità politica. Ma è un grosso errore.

La lunghezza eccessiva dei processi ha già dimostrato – come una prova provata – che la tutela dei diritti non è importante e che processi possono essere rinviati nel tempo così da renderne spesso inutile l’accertamento.

Tanto è vero, che l’Italia pluricondannata a Strasburgo per la lentezza dei processi aveva introdotto a il correttivo della legge Pinto per una possibile rapida via al “calmierato” risarcimento da ritardo dei processi e si è pensato che tutto fosse risolto, sino al momento in cui si è verificata la pratica cd. gergalmente “Pinto su Pinto” cioè persino il ritardo nei procedimenti di accertamento del ritardo dei processi.

La realtà col virus è mutata, ma si perpetuano i mali pregressi che si assommano ai numerosi acciacchi pandemici: i processi sono generalmente sospesi nel limbo di chi aspetta senza tempo un accertamento di un fatto o di una condotta da parte dei giudici non vi sono criteri uniformi sul territorio nazionale ed è tutto rinviato nel tempo ad eccezione delle urgenze.

La realtà però irrompe con prepotenza: ho saputo di un mio cugino già ricoverato per altre patologie che è risultato positivo al tampone del covid-19 e per fortuna è in via di guarigione, ho visto in televisione persone sgomente per non aver riabbracciato i cari neppure per l’ultima volta, ho visto carri militari che trasportavano numerose bare nel bergamasco e alle 18.00 spesso i primi tempi di blocco del paese, ho sentito gente che cantava sui balconi cercando conforto nel canto altrui mentre il Presidente del Consiglio che esercitava un grande potere regolamentare ed economico, mentre chiedeva agli italiani di non stringersi la mano ma di stare a distanza di sicurezza ed esprimere grande solidarietà, quella solidarietà sociale su cui si è fondata la società civile.

Mi sono dovuto fermare con sgomento quando si incriminava la categoria degli avvocati e si stabiliva un ostacolo normativo all’esercizio dell’azione legale di risarcimento dei danni per malpractice medica. Avvocati come squali, avvocati come delinquenti. Puniti per fare il proprio compito sociale: proporre al giudice che decide delle istanze per accertamento di fatti anti-giuridici a difesa delle vittime.

Occorre fare il punto della situazione. Ho dovuto scegliere di ripensare alle mie scelte personali e alle priorità. Una cosa mi è chiara: non bisogna fare che tutto torni come prima!

Adesso che qualcosa di importante è mutato nella relazione fra le persone e ciò sarà ancora più evidente in tanto in quanto la crisi economica farà nei prossimi mesi emergere tutto il dolore sociale derivante dalle scelte politiche, mediche e a causa della paralisi economica del paese, si sente forte il bisogno di novità fra gli operatori della giustizia che stanno portando il peso di tante storture di sistema ed ordinamentali sino a prevaricazioni più o meno importanti che hanno il solo effetto di nuocere ai cittadini che volontariamente o loro malgrado entrano nel mondo della giustizia. La denegata giustizia non è forse una prevaricazione?

In un momento storico in cui le modifiche normative recenti attingono in modo forte alle sacrosante libertà costituzionali e ai diritti della persona con la modifica della prescrizione, senza introdurre un processo penale più organico ed efficiente, in cui la normativa sulle intercettazioni rischia di protrarsi senza le adeguate strutture, in cui vari ex presidenti della Corte costituzionale sentono il desiderio di manifestare il loro pensiero al di fuori delle altissime decisioni giurisdizionali, sorge impellente il bisogno di far uscire nuova linfa, nuove idee, nuovo vigore e, se del caso, esser disposti a uscire dal proprio studio e dalla bottega giuridica per provocare ed esortare ad una vera e forte tutela della persona da ogni arbitrio e prevaricazione.

Occorre un nuovo genere di consapevolezza nell’avvocato che abbia la forza e il coraggio di coinvolgere la propria e anche altre categorie professionali e per manifestare all’interlocutore politico l’urgenza di tutela del diritto della persona col proprio onesto, democratico, sentito dissenso con ciò che di sbagliato si è fatto e si vorrebbe continuare a fare.

Occorre una rinnovata dignità dell’avvocato, riconosciuta e pretesa, che parli al cuore delle persone e senza troppi tecnicismi e possa confrontarsi con la nuova condizione insostenibile a motivo di norme prevaricanti, autoritarie e frutto di scelte arbitrarie. Bisogna che invece siano ben rappresentate le più vere e profonde esigenze dei valori sanciti nella Costituzione.

Così ho desiderato modificare il punto di vista e rivolgermi ad un nuovo interlocutore; intingere con inchiostro nel foglio bianco senza intestarlo al Tribunale tale o alla Corte talaltra, ma esprimere all’opinione pubblica e ai colleghi la necessità di raccogliere il momento per esprimere idee comuni e strumenti visibili al fine di poter correggere se non altro le più evidenti storture del passato e implementarle in un domani davvero differente.

Un tempo avvocati e magistrati sostenevano negli atti le letture “viventi” di norme scritte e princìpi di giustizia. Le sentenze divenivano il punto di rispetto attuale della persona, mentre ora tutto ciò è poco praticabile specie se i processi non si celebrano quasi più. Occorre pertanto sostenere con forza un movimento di consapevolezza generalizzato e oltre la categoria degli avvocati per evitare il discredito sociale e realizzare l’attività di giustizia. S’impone un’importante soluzione di continuità col passato perché davvero nulla sia come prima.

Voglia allora il benevolo lettore guardare allo scritto per agevolare la sua parte più costruttiva e nobile e per far sì che davvero nulla torni ad essere come prima: una forte richiesta di consapevolezza condivisa di errori che risveglino il ruolo degli avvocati anziché congelarne l’attività ed evitare un ritorno possibile alla cultura del favoritismo e, in ultima analisi per un vero servizio alle giuste pretese dei cittadini in un sistema di regole chiare e certe.