Noi avvocati, orgogliosamente Azzeccagarbugli

Noi avvocati, orgogliosamente Azzeccagarbugli

Azzeccagarbugli, chi era costui?

Usiamo le parole con cui Manzoni ha reso noto ai più il filosofo Carneade per cercare di capire chi realmente sia il personaggio che, nei Promessi Sposi, dopo essere stato protagonista di un intero importante celeberrimo capitolo, torna quasi per errore sulla scena due volte: la prima seduto ad una tavola tra i cattivi, e la seconda quando il lettore viene portato a conoscenza della sua morte durante l’epidemia di peste.

 

Chi era in realtà questo personaggio il cui nome è diventato qualcosa più di un sinonimo per indicare noi avvocati?  Una figura che è stata scomodata in un recente passato, molto a sproposito, dal ministro della Giustizia Bonafede, dimentico di far parte della stessa categoria, quando definì tali quelli che lui si permise di apostrofare come “furbetti” che cercano di evitare la galera ai colpevoli. Non è così.

Azzeccagarbugli, chi era costui? E visto che ormai noi, avvocati legulei, così siamo indicati con questo epiteto, chi siamo noi?

La professione di avvocato, è percepita da molti (ho paura a scrivere dalla maggioranza ma temo sia vero) in un’accezione fortemente negativa. L’avvocato è lo squalo che vive delle disgrazie altrui; colui che fa durare a lungo i processi per lucrare pingui onorari; un nemico da evitare associato a eventi negativi. Del resto non si va dall’avvocato quando succede qualcosa di brutto? Quando arriva uno strano “pezzo di carta” o quando si riceve un’inaspettata visita da gentiluomini in uniforme.

Film, telefilm e TV spazzatura non hanno aiutato a rendere giustizia alla nostra categoria, danneggiata anche da una normativa svilente del ruolo e da un sistema giudiziario che, purtroppo, privilegia il ruolo di un giudice che, non dimentichiamolo, non risponde in prima persona dei propri errori. Noi sì. Circola nei paesi anglofoni, ma anche da noi, la barzelletta (!) secondo cui un medico può sotterrare i propri errori, mentre l’avvocato li va a trovare in carcere. Peccato.

Eppure la nostra rimane ancora quella che fu la professione di Cicerone. Ciò nonostante non siamo troppo amati, ed è addirittura Shakespeare che nell’Enrico IV, quando vuole trovare un metodo per rendere il mondo migliore, ha una trovata di ingegno degna di lui: “let’s kill all the lawyers”. Una soluzione draconiana, ma intrigante e apparentemente efficace. Gli esegeti del Bardo restano con il dubbio se sia uno scherzo messo sulla bocca di Dick The Butcher” (non proprio un cherubino), o se la frase fosse rivolta seriamente alla categoria. Noi propendiamo per la prima, ma sono certo in molti, là fuori, vorrebbero mettere in atto l’insano proposito.

Ma chi ci ha fatto il servizio peggiore a livello di imamgine, sono probabilmente i film e telefilm americani. Forse da piccoli volevamo diventare tutti dei Perry Mason: alzarci orgogliosamente e gridare davanti ad una giuria “Mi oppongo Vostro Onore!” Che brividi. E che soddisfazioni poter chiedere ai nostri clienti trecento dollari l’ora. Il duro atterraggio sulla realtà della giustizia italiana, ha probabilmente frustrato le ambizioni di molti noi ed è causa delle salate parcelle di psicologi che ci devono far riprendere da questo trauma che potremmo definire quello di “e dopo?”

Ma attendendo che bussi ai nostri studi il cliente che vuole appellarsi al quinto emendamento, possiamo discutere di diritto con gli esperti che non perdono una puntata di Forum e, pertanto, si sentono anche loro “un po’ avvocato.” Perché perdere tempo e denaro a notificare un atto quando posso telefonare alla mia controparte, farlo venire davanti a un compiacente giudice che ci ascolterà sbraitare per poi, ovviamente, dare ragione a me e torto a lui. A che cosa serve un avvocato? Inoltre a questi laureati all’università della vita è inutile cercare di spiegare che un arbitro privato, quale è il giudice di Forum, non ha il potere di sciogliere un matrimonio o simili. Ma la potenza dello strumento televisivo è stupefacente a dir poco, e la sua forza di convinzione va ben oltre quella dei codici, ed è seconda solo a quella di “mio cugino ha vinto in tre giorni una causa identica andando a parlare con il giudice.”

Restiamo allora, noi Azzeccagarbugli, in trincea ogni giorno, con la toga che non è più una seconda pelle, ma diventa la prima, quando ci ricordiamo che la nostra Costituzione prevede all’art. 24 il diritto di accedere alla giustizia e, addirittura, continua dicendoci che “La difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del processo”. Finalmente ecco che il nostro ruolo e la nostra posizione trovano un meritato riconoscimento. Non si trova ancóra il termine avvocato nella Costituzione, ma lavoriamo per farlo inserire. Ce lo devono: in un mondo che rivendica diritti, credo che dobbiamo lottare per vederci riconoscere questo in nostro favore; noi che viviamo solo i nostri doveri proprio per tutelare i diritti altrui.

Ricordiamoci anche che la difesa, rappresentata guarda caso da un avvocato (se ne facciano una ragione i giustizialisti), è quel diritto che serve ad evitare abusi, soprusi, processi di piazza, esecuzioni sommarie, ed anche errori da parte di chi la legge dovrebbe applicare: ogni sentenza di assoluzione è un errore giudiziario e, in tal senso, il doppio grado di giudizio e un controllo di legittimità (la Cassazione non è il terzo grado), sono garanzie tipiche di una democrazia. E noi siamo i portavoce di queste garanzie che toccano ogni persona che si trova a dover affrontare il sistema della giustizia che, sempre per puro esercizio didattico, ricordiamo che è uno ei tre poteri dello Stato.

Un avvocato è un tecnico, non deve difendere, a spada tratta e ad ogni costo, il proprio cliente facendone proprie le ragioni; è un tecnico, indispensabile per non far schiacciare un malcapitato in un meccanismo che, lo sappiamo, non funziona benissimo e spesso non è semplice da comprendere anche da parte degli addetti ai lavori: ma sarebbe un discorso lungo da non affrontare con il semplicismo del nostro Ministro o dei giuristi di Forum.

Chi è l’avvocato? Torniamo pure a Manzoni e rileggiamo insieme la “Storia della colonna infame.” L’avvocato è colui che avrebbe impedito di far confessare sotto tortura e poi far giustiziare con il supplizio della ruota, i due innocenti Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora. Ed oggi troppa voglia di giustizialismo da piazza è in giro. Troppi vorrebbero ricorrere alla legge di Lynch, quella che nel Far West giustificava il linciaggio senza processo. Un avvocato, inserito in un sistema giudiziario, serve a impedire che ciò avvenga o che casi, forse estremi, ma veri, si ripetano. Il caso Tortora su tutti. Non a caso il personaggio televisivo protagonista di una triste vicenda, volle essere cremato proprio con una copia della “Storia della colonna infame.” E menomale in questo caso il diritto alla difesa venne garantito; ma a che prezzo?

Ma in molti, specialmente esaltati anche da chi vorrebbe sbattere alcuni tipi di criminali in galera e buttare via la chiave, ovviamente vieterebbe ogni possibilità di difesa. Non osi un avvocato difendere certi criminali. Come possono esistere esseri tanto abietti al punto di difendere stupratori e chi uccide una donna: loro sono talmente colpevoli che non hanno diritto ad avere né un processo né un difensore. E chi li difende è colpevole quanto loro se non di più. E’ questa l’opinione comune, la vox populi contro cui combattiamo, unita all’ignoranza di chi crede che programmi come Forum siano fonte del diritto e giurisprudenza assoluta. Peccato però che una persona sia colpevole solo dopo un processo: possibilmente un equo processo, assistito da un difensore. Difficile farlo capire.

E Azzeccagarbugli? Che cosa c’entra in tutto ciò? Manzoni aveva davvero voluto darne quell’immagine negativa che si porta dietro e ha lasciato a noi come pesante eredità?

Ma Azzeccagarbugli non è stato compreso; volerne fare uno stereotipo negativo, un don Abbondio con la toga, non è riuscito al Manzoni, accusato di aver dato dare al bistrattato legale l’immagine di difensore dei forti contro i deboli. Azzeccagarbugli deve essere rivisto, riletto e compreso.

Non è sufficiente né corretto fermarsi alla parte del romanzo in cui Azzeccagarbugli, prima di rifiutare l’incarico davanti al nome di Don Rodrigo, aveva detto a Renzo che il compito dell’avvocato è imbrogliare le verità raccontate dal cliente. Poco prima lo aveva peraltro avvertito che i clienti “in vece di raccontar il fatto” vogliono interrogare, perché si sono già fatti i loro disegni in testa. E in questo sembra precorrere i tempi e prevedere i clienti che noi incontriamo oggi, che si informano su Google.

Ma al lettore, forse distratto, sfuggono due momenti del racconto che impongono di riconsiderare la figura di Azzeccagarbugli: il primo è la restituzione a Renzo dei quattro capponi che Agnese gli aveva detto di portare, perché  non si va da quei signori a mani vuote (fossero così i clienti di oggi). Il secondo è nel capitolo in cui Fra Cristoforo ritrova l’avvocato alla tavola di Don Rodrigo.

Che cosa emerge da questi due apparentemente irrilevanti aneddoti? Un bravo avvocato non può non leggerli nella loro piena valenza. In primis Don Rodrigo era verosimilmente già cliente del legale o quantomeno conoscente, al punto che sedevano alla stessa tavola. Poteva quindi Azzeccagarbugli accettare la causa? Semplicemente no e, nel rispetto delle più comuni regole di deontologia e professionalità, restituì la forse magra ma dovuta parcella rappresentata dai capponi che Renzo maltrattò lungo il tragitto di ritorno verso Lucia e Agnese.

Un esempio di professionalità che noi avvocati non dobbiamo dimenticare bensì imitare e perseguire per sentirci onorati e fieri quando saremo tacciati da chi, non conoscendo “l’historia” di essere Azzeccagarbugli. Bene, li ringrazierò, perché io sono Azzeccagarbugli. Je suis orgogliosamente Azzeccagarbugli.