Lo Stato senza Noi. La realtà di vivere in un mondo irreale. Infernet.

Lo Stato senza Noi. La realtà di vivere in un mondo irreale. Infernet.

 

Voglio introdurre l’argomento della “libertà”.

Quanto siamo liberi? Domanda a cui ognuno dà una sua risposta.

Ma, ognuno di noi, pur non sapendo cosa sia la Libertà, vuole sempre un “quanto” di libertà in più.

Ma “quanto” di libertà in più di che, di cosa ?

Libertà è, per la mente di molti di “noi”, ottenere quello che desideriamo, eppure, nonostante ciò che otteniamo, ci troviamo sempre meno “liberi”, in questa corsa verso questo “quanto” di libertà in più.

In questa spinta, direi corsa, verso la “libertà”, ho la sensazione che in noi non esiste nemmeno un “quanto” di questa reale libertà, che in “realtà” questa libertà non esiste, e che siamo “agiti”, piuttosto che “agire” .

Sassi che rotolano per l’aria, come direbbe Spinoza.

Le spinta ad avere sempre più, insaziabile e vorace, si riduce spesso in un inappagamento finale, e nell’esserci in cambio di questa sete inesauribile, indebitati.

Indebitati economicamente, per mutui, prestiti e finanziamenti, e indebitati di ossigeno, che ci manca, alla fine di ogni giornata in cui cadiamo, proni, nei nostri letti.

Ed allora, se dovessi fare un paragone, mi sento libero più o meno “quanto” quel mulo che, nel cercare di mangiare la “carota”, spinge il giogo che macina il grano del mulino.

Cosa diamine centra lo “Stato” ?

A ben vedere anche lo Stato si trova incatenato, da migliaia di miliardi di debiti, dalla competizione con altri Stati: altro che cooperazione e solidarietà, una lotta di tutti contro tutti, come ciascuno di noi nella nostra vita,  lo Stato si trova in perenni guerre non dichiarate.

Io, e non “Noi”. “Oggi dunque”.

Per continuare a scrivere devo però ipotizzare che in me residui qualcosa, anche  se un po’ meno di un “quanto”, ossia uno 0,0…1 di libertà, da sfruttare per potermi togliere il giogo, e così con me, anche per lo Stato in cui vivo.

Un punto senza alcun dimensione.

Così forse, con questo 0,0…1 di coscienza di  libertà, me la sentirei di costruirmi un percorso di reale libertà, e di lottare per uno Stato, e una comunità di Stati, che siano altrettanto liberi.

Questo articolo vuole essere quindi ottimista, e dar la speranza che, attraverso un piccolo foro dalla perete della prigione che ci opprime, largo 0,0…1 millimetro,  potremo  un giorno, con pazienza, fatica e determinazione, uscirne, verso la Libertà.

Aprire quindi un varco dal foro, trovare le fogne della prigione, e percorrerle tutte, fino all’uscita, verso un fiume, che ci porti al mare.

Uscire dalla prigione in cui ci siamo ficcati

Per me questo 0,0…1 di libertà è iniziata con il rendermi conto di non essere libero, e di ipotizzare di disoggiogarmi riportando indietro le pietre della piramide che mi ero costruito. Solo da questo rendermi conto di stare in una “prigione”, da me stesso costruita, può iniziare il percorso verso la Libertà.

Quali sono le insidie, le trappole del nostro tempo, i margini di libertà sono aumentati o sono diminuiti ?

Per millenni l’uomo ha vissuto in una situazione di estrema ignoranza, assoggettato alle tirannie che lo rendevano, in stragrande percentuale, schiavo.

La sua vita valeva poco o niente. Forse, in questo valere “poco”, si manteneva la sensazione che, essendo “poco”, lo aspettava un tutto in un tempo molto breve, che lo avrebbe ripagato con un paradiso.

La morte era la compagna per intere famiglie, fin dalla nascita, si portava via mamme e figli, senza che se ne potesse dare una spiegazione.

I due 0 erano molto vicini gli uni agli altri.

Poi l’uomo ha imparato a diffidare dei paradisi, e non ha accettato di essere trattato come carne di macello, e ha cominciato a farsi anche qualche domanda. Le domande erano pericolose, perché esigevano delle risposte, che non potevano essere più date in latino.

E così ci furono i roghi, le persecuzioni, le censure, gli imprimatur ai libri da leggere.

Ma dalla prima domanda, ne seguirono altre, e il sussurrar le risposte dei pochi, divenne un coro, che portò a rivoluzioni, forse scomposte e troppo violente, ma che erano come quelle esplosioni di pentole a pressione che sono state tappate per cent’anni.

Questi occhi che si aprirono, queste domande che si facevano, e le orecchie che si drizzarono, hanno portato forse, in qualche momento, ad aneliti che crerano Stati che rivendicavano le proprie libertà e quelle dei propri cittadini.

La nostra Italia, e la sua Costituzione, per me ne è un esempio di qualosa realmente vissuto, a seguito del dolore di un popolo che sopportò delle vere tragedie, dei dolori che lo avevano segnato, e che fecero dire : “mai più”.

Ma da quel giorno, dopo quella fame e quelle tragedie, quel veder distrutte campagne e città, partì un immane: “corri e via”, e “a chi fa prima”.

Era il momento della Ricostruzione.

Corri, corri, corri, spingevamo sempre un palo, attaccato a un gioco, attaccato al nostro collo, a correr in circolo, come “asini corridori”.

Ogni tanto qualcuno non ce la faceva a correre.

Molti ragazzi distrussero le loro vite inseguendo l’illusione di una “non oppressione”, ed abbracciarono il terrorismo, e quindi non fecero altro che distruggere le vite di altri giovani, e finire poi loro stessi in prigione fisiche in cui esaurire ogni opportunità di futuri migliori.

Ed allora ci si rifugiò in un interno, in mamma droga per intendersi, e tante altre vite distrutte, in giovani realmente bruciati.

Forse una delle cose che mi facevano più schifo, furono gli uomini che andavano con prostitute o prostituti tossicodipendenti: che pena, potevano essere le loro figlie, i loro figli.

Ecco, quando avevamo trovato la possibilità di essere sovrani, poco dopo, superato quell’immenso dolore delle due guerre, quando potevamo scoprire e costruire la libertà, iniziò la corsa, che ancora prosegue, salvo gli incidenti di percorso, di terrorismo e droga.

Il terrorista, il drogato, per sfuggire alle vite degli “asini da corsa”, che ritenevano senza scopi, persero quindi ancora più la libertà, così come gli schiavi recalcitranti degli egizi, che venivano sepolti in qualche fossa .

In una fase nuova l’Italia visse lo yuppismo, un nuovo progresso, cavalcando (illudendosi di cavalcare) i mercati finanziari, entrando nella speculazione, senza pensare di essere “speculati”, o “spennati”.

Anche questa bolla ci è scoppiata in faccia, e la perdita di valore reale ha creato ancora più debito, dei singoli e della collettività, ossia dello Stato.

Nella ristrettezza di una vita indebitata, gli spazi di libertà si sono cercati in Internet, nuovi territori, illimitati, in cui cercare molti “quanti” di libertà in più.

Voglio andare contro tendenza, quel minimo di libertà in più, con internet, la si sta rischiando di perdere.

Ogni Stato è caratterizzato da un popolo, da un territorio, e dal sovrano, ognuno di questi elementi è inscindibile.

La sovranità appartiene al popolo, e questo non è un particolare da poco, perché significa possibilità di scelta, di autodeterminazione, di responsabilità. La sovranità è collegata quindi alla libertà e alla responsabilità che si assume in conseguenza della propria scelta.

Non possiamo dire: “è stata colpa di Mussolini, o di Hitler, o di Stalin”, ma siamo noi, sovrani dello Stato, nessuno più alto di noi, che ci siamo assunti la responsabilità del nostro agire.

Nel nostro territorio, viviamo noi, popolo italiano, e, in quanto sovrani, nessuno all’interno, né all’esterno, si pone (si dovrebbe porre) in posizione di superiorità.

Si può dubitare fortemente che lo Stato sia pienamente sovrano, e non già solo e tanto perché deve comunque limitare la sovranità necessaria ad un ordinamento che “assicuri la pace e la giustizia e favorisca le organizzazioni internazionale rivolte a tale scopo” e comunque che riconosce di volersi “conformare alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute”; né che la U.E. debba essere vista come limitazione della sovranità, perché appare più come la seconda testa di uno Stato bicefalo, che ha molte similitudini al sacro romano impero, risorto dalla ceneri, senza più quella “sacralità” che tanto lo adornava.

La perdita di sovranità è nell’invasione del mondo finanziario e dei mercati, che sono gli strumenti evoluti delle guerre antiche: i movimenti tattici e strategici dei mercati, che sembrano non avere una guida unica, di fatto condizionano la politica e l’economia, fanno cadere governi, determinano la chiusura di aziende, la disoccupazione di operai.

Ma internet, va incontro al nostro desiderio di un “quanto” di libertà in più ?

Anche in internet c’è un territorio (spazio web), e ci sta un popolo, manca apparentemente un sovrano, e questo fatto crea un vero allettamento, perché nelle persone nasce la sensazione di correre, senza confini soffocanti, in praterie veramente senza limiti e senza padroni.

Ancora più nelle carceri di byte.

Spazi che ci sembrano praterie, ma questi spazi hanno dei sovrani, che sostanzialmente noi non sappiamo chi siano, e questi sovrani agiscono secondo i loro interessi e per le utilità private.

Questi enti sono per lo più a noi sconosciuti e, senza che ce ne accorgiamo, ci governano, quasi come i tiranni di epoche buie.

Noi scriviamo sul web la parola “capelli”, e qualche secondo dopo esce la pubblicità di uno shampoo.

La ricerca di un albergo o di un phon dà dei risultati in prima pagina che dipendono dall’inserzionista che ha acquisto il diritto della “prima pagina”; come anche l’informazione, sulla brexit per esempio, o quanto altro, se sì o se no.

Lo sappiamo benissimo, è così, la nostra scelta sarà condizionata da ciò che sarà apparso alla nostra vista per prima, e certo non ci soffermeremo a verificare e poi a valutare, cercando nella righe più in basso o nelle seconde pagine, ed ecco che i nostri gusti, esperienze, piaceri, pensieri, verranno tradotti  in “prodotti” da venderci, e che ci hanno scelto.

Noi non siamo liberi, siamo le prede di queste spazio territorio, siamo le gazzelle e i conigli  di questi leoni, tigri, avvoltoi che lo governano, e che hanno marchiato il loro territorio, facendocelo apparire come se fosse il “nostro” territorio.

Mentre si accendono le luci sui territori del web, si spengono le luci alle vetrine delle nostre città.

Chiude una libreria, un’agenzia di viaggi, un negozio di scarpe, ci sarà meno luce mentre camminiamo la sera in città.

In quelle vetrine chiuse vivranno rintanati dei topi, nascosti in qualche scaffale polveroso, e quei titolari, e commessi, che avevano investite le loro vite in queste attività che li mettevano in reale contatto con il pubblico, se ne rimarranno a casa, a giocare con i loro computer, spaziando nel web con le loro fantasie, per sfuggire al destino delle loro esistenze.

Entrano nel nostro territorio web per cacciare, distruggere la nostra economia ed imporre la loro, ed ingannando la nostra libertà, e ci rendono ancora più soli, non “solo” leoni e tigri ma anche torme di lupi, che ci dividono e ci divorano, isolano gli individui, isolano gli Stati.

Quelle vetrine, che erano vetrine di conoscenza, non rivivranno più.

Ma ebbene i pericoli non sono solo quelli di avere meno luci che rischiarano le vie delle nostre città; quel che viene toccato ancor più, nei nostri tempi, è la nostra libertà di pensiero, la nostra autonomia e la nostra capacità di agire secondo la nostra coscienza, in base a quel che sentiamo veramente per quel che abbiamo potuto apprendere ed assimilare.

E non è quello che ci dicono i social che rende più buie le strade del nostro percorso interiore e più sordi nel nostro ascoltare. E’ la nostra libertà di pensiero, la nostra autonomia, la nostra capacità di agire, e non secondo quello che ci hanno detto i social.

“Infernet” agisce sulle nostre coscienze, sulle scelte interiori, di vivere, sul nostro anche ascoltarci.

Siamo diventati byte, le nostre vite sono in computer, che registrano i movimenti bancari, i nostri acquisti, i nostri gusti, i nostri pensieri politici, morali, religiosi. In queste macchine ci stanno i nostri messaggi più intimi, quelli alla fidanzata, all’amante, all’amico, allo psicologo, all’avvocato.

Il vivere in internet significa vivere in un mondo che “non è”, e quel mondo “che è” (cioè quello in cui io, adesso, posso battere la mano sul tavolo, tam tam tam) già mi domando se sia “vero”, ma quel che “non è” è un virtualizzazione,  è una pura illusione, un’illusione che però,  di rimbalzo, ci invade l’esistere: tam tam, materiale, tam tam tam, concreto, questo è.

Ed è un grande pericolo.

Ora che scrivo, non ho usato la tastiera, ho voluto usare la penna, e poi che cosa ho fatto, ho voluto rileggere e ho cambiato, per usare la voce per sentire che la “voce” fosse più in linea con me, con quello che volevo esprimere  dentro.

Non ho voluto usare i canali degli altri; non ho voluto che un computer registrasse quello che volevo dire, per poi vendermi una penna stilografica.

Ho voluto essere libero, sentirmi libero, sentire autenticamente me stesso, nella mia autenticità, se posso essere autentico, se c’è quello 0,0…1 %  di me che è rimasto autentico.

Mi soffermo ora a leggere e rileggere, e dire: “sono stato vero, sono stato autentico,  ho detto quello che esprimevo, è chiaro quello che voglio significare ?”.

Voglio sentirmi un eretico, un eretico fino in fondo. Voglio seguire quello che diceva, ma diceva nella sua vita, oltre in quello che scriveva, Spinoza.

Voglio sfondare queste mura, questo blocco, questo tunnel creato da “infernet”, che ci vincola, che non ci rende sovrani, che ci rende soli, e non più Noi, noi che se troviamo noi stessi, possiamo tornare ad essere sovrani, esercitare la vera libertà, che significa consapevolezza, autonomia di pensiero, coscienza, di se stessi, insieme tutti Noi, per uno Stato nuovo, uno Stato solidale, che ci aiuti.

Uno Stato con Noi.

 

PS

Questo significa non fuggir più dal dolore, slegarci dal vincolo della paura e delle abitudini; non seguir più i passi degli altri, seguir la voce interiore, dentro il punto, senza dimensioni, che eppur crea la retta, la superficie, la sfera : lasciare il porto, e navigare verso nuovi mari …