La videoconferenza nel processo penale.

La videoconferenza nel processo penale.

 

 

Prima di questa emergenza sanitaria la videoconferenza si utilizzava solo per processi particolari, come quelli con detenuti al 41 bis o in alta sorveglianza.

Anche in questi casi la soluzione della video conferenza è sempre stata contestata dall’Avvocatura, anche in considerazione del fatto che si tratta di processi particolarmente complicati con atti istruttori di grande difficoltà e, quindi, non è mai stato visto di buon occhio limitare la presenza fisica di imputati e testimoni.

Cosa succede quando scoppia il coronavirus?

Succede che il primo decreto, quello dell’8 marzo, stabilisce che, per i processi penali che non sono sospesi (ad esempio quelli con detenuti), si svolgano tutti in videoconferenza.

Nasce una grande polemica dall’Avvocatura e anche da una parte della Magistratura perché si fa presente che il processo da remoto toglie garanzie, diminuisce la difesa.

In sede di conversione del decreto legge n. 18 viene inserito un comma che stabilizza la videoconferenza per quasi tutta la fase di istruttoria dibattimentale (udienze con testimoni, con esame di consulenti, ecc …) ed anche per la discussione.

La contrapposizione si fa ancora più intensa e, in particolare, le Camere Penali spingono con il Garante per la Privacy, il quale a sua volta si lamenta con il Parlamento in quanto i dati del processo vanno in mano a soggetti privati stranieri che non si sa in che modo possano utilizzarli.

Immediatamente il Parlamento approva un ordine del giorno con il quale si impegna il Governo di modificare quella norma con il primo atto normativo che sarà emesso.

E così con il decreto legge n. 28 viene ribaltata la situazione, con la previsione che il processo da remoto si può fare ma non per quelle attività in cui si sentano i testi e si facciano le discussioni.

Per quanto riguarda la situazione a Milano, la Commissione Pena dell’Ordine ha molto lavorato sul principio che durante l’emergenza occorre fare in modo che comunque i processi si facciano e che non ci  si faccia paralizzare dalla paura, per poi ritornare il più presto possibile alla normalità.

E in ogni caso bisogna bloccare le pulsioni alla videoconferenza per i reati più complessi, per le questioni  più gravi, mentre si può evitare di contrastarla per quei processi più semplici dove non c’è o c’è solo una minima perdita di garanzie, che si potrebbe sacrificare temporaneamente a fronte dell’emergenza.

Ribaltare il paradigma, che vuol dire? Vuol dire che se la tecnologia si affaccia nel processo penale, ben venga per quanto riguarda la piattaforma telematica, quindi notifiche, depositi di atti e prelievi di atti. Tuttavia non può essere virtualizzata la parte del processo in cui è necessari ala presenza fisica, come per l’esame dei testimoni e dell’imputato, e così via.

Dalla tecnologia potrebbe aver un grande aiuto proprio la giustizia che si svolge davanti al giudice di pace, che è la più semplice ma che paradossalmente è quella che si fonda ancora oggi di più sul cartaceo e che riguarda una gran massa di cittadini. Questo soprattutto il periodo dell’emergenza che non sarà breve.

L’alternativa è una contrapposizione che vedrà la giustizia paralizzata e questo non ce lo possiamo proprio permettere.

Dobbiamo sforzarci che in questa fase il processo riparta e al tempo stesso dobbiamo fare in modo che i cancellieri tornino nelle cancellerie e che i giudici tornino nelle aule.

 

 



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