La solitudine dell’avvocato. La solitudine del cliente.

Avv. Dario Masini

La solitudine dell’avvocato. La solitudine del cliente.

  • Italica Service, Editore della rivista

La solitudine dell’avvocato. La solitudine del cliente.

Possibili risposte alla disgregazione della famiglia, il conflitto.

La Casa.

(Avv. Dario Masini – Avv. Concetta Alvaro)

 

Cara Rivista,

ci rivolgiamo a Te e ai Tuoi lettori, per riflettere su spunti di un percorso iniziato per dare un senso più profondo ad una professione che si trova costantemente a confrontarsi con il dolore, la sofferenza, il conflitto.

Il cliente ci dà un incarico per “vincere”, almeno inizialmente.

Ma la vittoria, per certe problematiche, ha spesso retrogusti amari.

Ad esempio, confrontandoci con il tema della famiglia, e con i problemi ad essa legati, come separazioni, divorzi, assegni, tempi di “consegna” dei figli, all’uno o all’altro coniuge, siamo chiamati a prodigarci per dare il “meglio”, e ottenere di più.

Proviamo a ricostruire il senso di quel che si è perso, cominciando dall’origine.

Il termine “famiglia” ci richiama l’appartenenza a un nucleo primario in cui si svolgono le nostre principali esperienze di vita. Nucleo che, era ben più ampio e allargato della cosiddetta famiglia “ristretta”.

Per far intendere che un qualcosa ci è tanto vicino, usiamo il termine “familiare”.

Nella “famiglia” siamo nati e cresciuti, ci siamo sentiti “protetti”, oppure “rifiutati”. La “famiglia” è sognata come quella comunione di persone, in cui vorremmo sentire espresso il nostro essere, la nostra vera personalità.

L’esterno e l’interno hanno spesso come diaframma “la famiglia”.

Lavoriamo, costruiamo, lottiamo e comunque ci sforziamo nel mondo esterno “per” la “famiglia”, che vediamo come il nostro mondo interno, al quale riconduciamo, quindi, il nostro agire sociale.

Il latino familia, derivato a sua volta da famulo, quale complesso di persone assoggettate alla potestà del pater familias, ci riconducono al termine Faama, ossia casa, corrispondente al sanscrito Dhama, abitazione, residenza, avente la sua radice in Dhà (Ottorino Pianigiani, “Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana”, Fratelli Letizia Editori).

Dhà significa “far sorgere la luce, accendere un fuoco, porre sul terreno il fuoco sacro, mettere, porre, stabilire, istituire, fondare” (Franco Rendich, “L’origine delle lingue indoeruopee”, Palombi Editori, p. 226).

E’ dunque nel Dhà, che risiedono le origini della famiglia, identificate nella “casa” e nel “fuoco”, elementi semantici e simbolici del suo significato più lontano e parametri nella ricerca del suo senso più vicino. Non a caso si parla della famiglia come del nostro “focolare domestico”.

E’ stato  anche colto un legame molto sottile tra famiglia – casa – fuoco e legge, tenute insieme dalla radice comune “Dhà”, ossia dal fuoco sacro, intorno al quale, probabilmente, si raccoglievano i primi esseri umani nelle primarie forme di aggregazioni : “anche le diverse accezioni sanscrite dei derivati della radice dhà confermano il legame indoeuropeo tra abitazione e fuoco sacro, da un lato, e tra luce e legge, dall’altro. Dhòman, in vedico, è l’ordine stabilito per volontà divina di Metra e di Varuna nella casa, e quindi nella famiglia, mediante un fuoco sacro posto nel focolare domestico, fuoco che per gli indoeuropei costituiva il fondamento della sacralità dello spazio. Secondo la tradizione vedica infatti, un fuoco, simbolo della luce divina, era perennemente acceso nelle abitazioni per stabilire le norme da osservare e la condotta da seguire”  (Franco Rendich, “L’origine delle lingue indoeruopee”, Palombi Editor i, p. 227).

Dal fuoco nascono quindi sia la legge che la famiglia; ed è proprio nel primo nucleo sociale che sono sorte le norme di convivenza (nella famiglia allargata) degli essere riuniti e protetti dal fuoco.

Ora, chi si rivolge a noi avvocati, ha, per così dire, la casa distrutta, il focolare spento, e spesso dei bambini, che restano sepolti vivi dalle macerie di quel Dhà che univa ed accorpava ad unità tutte le vite della famiglia.

Viene da chiedersi quali connotazioni abbia preso a quel punto, diremo, oggi, nella società in cui viviamo, quel Dhà originario, e quale sia il nostro ruolo di avvocati innanzi al disgregarsi di quel nucleo primordiale.

Lo studio, l’esperienza, le strategie e le tattiche processuali ci consentono di raggiungere il risultato sperato, ma queste vittorie non appagano le nostre solitudini.

Davanti a noi, vite frammentate, costrette a confrontarsi con l’imminenza della realtà: “chi porta a scuola Giovannino ?”. “Spetta a me tenerlo il mese di agosto, a te quello di luglio…”.

Davanti a noi, persone che, staccate, a volte strappate, da quella unità-unione, cercano la vita alimentando il conflitto, che invece la vita la toglie senza sopire il dolore.

E, ancora una volta, l’avvocato, davanti ai  resti di una casa disgregata,  viene chiamato a rispondere alle domande più difficili, quelle che continuano a non prescindere dal conflitto che è stato causa e diventa effetto di una vita che non si vuole vivere, sollecitato a dare soluzioni che non gli competono.

Dopo averli assistiti nella separazione/divorzio, e chiamati anche dopo a dare risposta ai frequenti “avvocà e mò che faccio?”, come possiamo essere utili?

Finisce davvero lì, nella sentenza, il ruolo dell’avvocato o quello che “compete all’avvocato”? Noi ci porteremo sempre dietro, tracce del loro doloroso vissuto, anzi, tracce di quello che in noi produce il loro vissuto, e saremo sempre più pregni di esperienza da spendere, con noi e con loro.

Non siamo psicologi, né assistenti sociali, non pedagoghi e neanche maestri di vita, ma siamo catalizzatori di vissuti e di vite, sovente sofferenti.

I nostri strumenti non sono sufficienti, ma il dolore ci colpisce, ci logora.

Per loro le tracce di un passato che si vorrebbe cancellare rimangono immanenti nel presente e nel futuro: c’è una  realtà-figlio che non si  può annullare, e a  volte c’è un doppio ruolo genitoriale da assolvere contemporaneamente.

Il futuro sembra segnato dalla fine, perché è nella fine di un sogno che quel futuro ha avuto inizio. Occorre rovesciare la lente, e forse, quel buio che appare gigantesco ed ineluttabile, diventa piccolo piccolo, ed il resto è luce: interrompere la linea della causa – effetto si può.

Anche se l’ignoto fa paura e, spesso, abbandonare il conflitto, per i nostri assistiti, è più difficile che continuare a viverlo.

Ma per ogni casa distrutta, ve ne è sempre un’altra da costruire, che magari sarà anche migliore, anche se loro non lo sanno.

Avrà sicuramente una forma diversa, sarà senza un comignolo o senza una finestra, avrà l’entrata sul retro e non ha più il garage, ma è sempre un Dhà, il fulcro di una nuova famiglia.

La chiave del nuovo Dhà può essere, forse, la chiave da cui ricominciare: ogni mandata è un nuovo livello, un nuovo sguardo sul “qui ed ora”; ogni mandata è una piccola conquista della propria vita, che continua ad esistere anche senza, o al di là, (del)la vita dell’altro. Una vita che spinge in avanti, portando tracce di ieri, frutto di amore, che può ritornare ad occupare il cuore, il quotidiano, la nuova casa, fino all’ultima mandata, spalancando finalmente la porta per entrare.

Forse la rilettura in chiave pratica, filosofica e anche poetica dell’articolo 1 della legge n. 898 del 1970 “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio” potrebbe consentire ai nostri assistiti e, magari anche a noi, di individuare quel famoso “fuoco” rinnovato della famiglia in chiave moderna, e coglierne l’essenza: “Il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio contratto a norma  del  codice  civile,  quando,  esperito  inutilmente  il  tentativo  di  conciliazione  ….accerta  che  la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostruita…”. Forse l’idea che si possa costruire un’altra comunione con un’altra persona o che si sia “accertato” semplicemente un vuoto che già c’era, è la chiave di volta per non perdersi e per ricominciare a vivere.

Così, svanite le mere illusioni e diradate le tenebre, si esce dalla caverna storditi, ma rinati e si passa dal buio, finalmente, “a riveder le stelle”.

VIVIAMO !!!

 

Il nostro progetto, o utopia.

Non possiamo rimanere “soli” di fronte al dolore dell’altro, e forse nemmeno “soli” nel nostro dolore.

Non rimanere soli, per noi avvocati, vuol dire lavorare insieme con altre competenze, in una “casa comune”, ciascuno con la cifra specifica del proprio contributo.

Per questo “altro” che si rivolge a noi, proiettiamo il nostro operare nella creazione di un “gruppo di vicinanza”, fatto di avvocati, psicologi, mediatori, consulenti filosofici, baby sitter, ed altri, che accompagni il nostro assistito nel suo nuovo cammino: senza incidere sulla sua libertà, ma facendolo sentire, come noi, meno solo.

La nostra utopia?

Far nascere una “casa”.

Che si riempia dei contenuti delle persone che la popoleranno, per divenire tali contenuti, nell’ottica di una rinnovata visione dell’uomo, divenuto consapevole della famiglia UMANITA’, che superi le separazioni, e che sia aperta agli smarriti e ai ritrovati.

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