La finanza per l’internazionalizzazione: agevolazioni ed opportunità

La finanza per l’internazionalizzazione: agevolazioni ed opportunità

 

Quando il management aziendale, o l’imprenditore, delibera l’avvio di un processo di internazionalizzazione all’interno di una azienda, la prima necessità che emerge è sicuramente quella di stanziare un budget per tutte le attività propedeutiche al processo stesso e al reperimento delle risorse finanziare per dare vita al progetto di sviluppo.

La prassi prevede che nel business plan, documento essenziale anche in tale circostanza, siano chiaramente identificate e quantificate le fonti di copertura dei costi e degli investimenti. Oggi con una accurata pianificazione ed un’attenta programmazione delle attività è possibile iniziare e portare avanti un processo di internazionalizzazione anche disponendo solo di una minima quota di risorse proprie, per esempio utilizzando al meglio quanto offerto dalla normativa nazionale e sovranazionale per ciò che concerne i contributi a fondo perduto ed i finanziamenti a tasso zero derivanti dai bandi di volta in volta emanati, con un attento sguardo naturalmente alle forme di finanza alternativa che possono costituire un giusto connubio con la finanza agevolata. Non stiamo parlando di escludere il canale bancario dai primari finanziatori aziendali ma di affiancargli altri strumenti che possano sopperire a questa carenza. La banca continua a rimanere centrale per un’impresa ma il rapporto con le PMI si sta evolvendo oramai in una direzione in cui gli istituti di credito devono essere aiutati dai consulenti aziendali specializzati a comprendere il business ed il valore aziendale. 

Partendo da quelle che sono le risorse pubbliche agevolate a disposizione delle imprese, non si può non considerare il Programma Operativo Regionale 2014-2020 obiettivo “investimenti in favore della crescita e dell’occupazione” (cofinanziato con il FESR) nell’ambito dell’azione III.3.B.1.1. che riguarda i progetti di promozione dell’export a valere sulla linea internazionalizzazione. Caratteristica fondamentale di tale bando è che, sebbene sia in attuazione di una legge regionale, può potenzialmente riguardare tutte le imprese sul territorio italiano, perché ciò che rileva (e non già al momento di presentazione della domanda ma potenzialmente solo prima di ottenere il finanziamento) è la sede operativa nel territorio della regione Lombardia. Ovviamente questo non è un problema per le imprese già aventi operatività in Lombardia; per tutte le altre resta da fare una valutazione sull’incidenza in termini di costi e tempi sull’apertura di una nuova sede operativa in territorio lombardo. Sono logicamente valutazioni da fare caso per caso (e che si inseriscono nel progetto strategico di impresa), in quanto, a seconda del settore di attività, questo processo sarà più o meno costoso. Naturalmente, se si stava già ragionando ad una espansione extra territoriale, la Lombardia è sicuramente un ottimo hub, in quanto al centro di una rete infrastrutturale all’avanguardia di sicuro carattere internazionale ed è inoltre una delle regioni d’Italia più vicine ai nostri cugini del nord Europa, che rimangono un mercato molto interessante per particolari industries.

Il bando in questione è un finanziamento a medio lungo termine (dai 3 ai 6 anni con max 2 anni di preammortamento) a tasso zero che può concorrere sino all’80% della spesa complessiva ammissibile del progetto. L’importo da poter richiedere varia da un minimo di 50.000 euro fino a 500.000 euro. Per quanto attiene alle caratteristiche del progetto, devono essere presenti, ovviamente, programmi integrati di sviluppo internazionale che mirino a creare le condizioni per avviare in maniera strutturata (o consolidare) il proprio business nei mercati esteri. Volendo fare un esempio delle attività che concretamente sono finanziabili (ovvero le spese ammissibili), in caso di partecipazioni a fiere internazionali, vi rientrano i costi relativi agli spazi, passando dall’arredo fino alla quota di partecipazione alla fiera/mostra, che può essere anche in Italia purché abbia carattere internazionale. Sono considerati costi ammissibili, inoltre, quelli relativi alle azioni di comunicazione, di advertising e tutti i costi di natura consulenziale (ad esempio fiscalità internazionale, contrattualistica internazionale, studi di fattibilità, consulenza strategica commerciale, ricerca di partner esteri, ecc.). Non rientrano invece tra le spese ammissibili quelle di viaggio e trasferta, mentre quelle per il personale dipendente (in Italia e all’Estero) impiegato nel progetto di internazionalizzazione scontano il limite del 30% dei costi totali ammissibili. 

In ogni caso, se la propria PMI non è presente e non prevede di attivare una sede operativa in Lombardia, il reperimento di risorse finanziarie potrebbe arrivare dal Programma Operativo Nazionale Imprese e Competitività 2014-2020 FESR Asse III, Azione 3.4.1; in questa azione si vogliono stimolare progetti di promozione dell’export trasformando le aziende potenzialmente esportatrici in esportatori abituali. Le risorse di questa azione sono destinate esclusivamente alle PMI localizzate nelle seguenti Regioni: Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e nelle cosiddette “Regioni in transizione” (Abruzzo, Molise, Sardegna).

La possibilità di reperire delle risorse a costo praticamente quasi pari a zero sono offerte anche da Simest. 

A titolo esemplificativo, di seguito si riportano alcuni strumenti di finanziamento per l’internazionalizzazione attivabili attraverso la rete Simest.

Partiamo dal finanziamento “Partecipazione a fiere e mostre” che serve a coprire con un finanziamento al tasso del 0,087% le spese per l’area espositiva, quelle logistiche, promozionali e consulenziali. La condizione è che la fiera si tenga in un Paese Extra UE. Il finanziamento che può coprire fino al 100% delle spese è di importo massimo pari a 100.000 euro ed è soggetto a restituzione in 4 anni con 12 mesi di preammortamento. Qualora invece le spese da sostenere siano relative al personale, viaggi e soggiorni per effettuare studi di fattibilità collegati ad investimenti produttivi o commerciali in Paesi Extra UE, si può attivare lo strumento “studi di fattibilità”, il quale sempre con un tasso agevolato dello 0,087% finanzia il 100% delle spese ammissibili fino ad un massimo di 300.000 euro. 

La finanza agevolata per l’internazionalizzazione non si sostanzia solo in finanziamenti a tassi agevolati o contributi a fondo perduto, ma anche in un supporto a livello di capitale, ovvero in misure volte a rafforzare la patrimonializzazione delle PMI esportatrici. A tale proposito Simest ha creato un prodotto ad hoc che ha molto appeal fra le PMI che già realizzino una parte del loro fatturato con l’estero. Tale finanziamento è volto a migliorare il livello di solidità patrimoniale (patrimonio netto/attivo immobilizzato netto) delle PMI, è erogabile fino a 400.000 euro ed è oggetto di restituzione al tasso sopra individuato (0,087%) in 6 anni, di cui 2 di preammortamento. 

Simest oltre che erogatore di finanza agevolata può assumere talvolta anche la veste di partner finanziario (ovvero socio della costituenda iniziativa estera), infatti può acquisire una partecipazione fino al 49% del capitale sia in fase di costituzione di una società estera (iniziative greenfield), sia di aumento di capitale sociale (per potenziare la società estera) od anche per aiutare nell’acquisizione di terzi soggetti (quindi operazioni di Merger & Acquisition). Il “socio Simest” supporta con il suo capitale per un periodo fino ad 8 anni. Tali interventi sono normalmente attivabili per aziende che presentino tassi di crescita e siano sane e redditizie. 

Non è da sottovalutare il fatto che la presenza di Simest, importante soggetto istituzionale, all’interno della compagine societaria è un elemento capace di agevolare anche le relazioni in ambito internazionale.

Come già detto sopra, la finanza agevolata non deve essere l’opportunità per “provare” il mercato estero, ma un mezzo/strumento da tenere sicuramente in stretta considerazione nell’ambito di un progetto di internazionalizzazione che rientri comunque nei piani di espansione imprenditoriale.

La finanza per l’internazionalizzazione può sicuramente passare anche attraverso altre forme di supporto che magari presentano un maggior grado di onerosità ma che possono garantire maggiore flessibilità operativa e minor dipendenza dal sistema bancario.

Un esempio è la possibilità concessa alle PMI di emettere i cosiddetti “Minibond”. Tale strumento permette il reperimento di finanza attraverso l’emissione di bond che vengono sottoscritti da investitori istituzionali (quali ad esempio i fondi d’investimento); è lo strumento principale per la disintermediazione bancaria, in quanto il prestito è oggetto di restituzione a coloro che hanno sottoscritto l’emissione. Negli ultimi anni si è assistito ad un crescente utilizzo di questo strumento soprattutto fra le imprese con fasce di fatturato tra i 2-10 milioni di euro e quelle con fatturato tra i 100-500 milioni di euro. La strutturazione dell’operazione può essere la più varia e non è da escludere una emissione che possa prevedere la restituzione del capitale e degli interessi solo a scadenza (ovvero uno zero coupon bond che non rimborsa nulla fino a scadenza).  Sono vari i motivi per i quali si può decidere di finanziare il proprio sviluppo tramite un Minibond. Sicuramente è da considerare che sono pienamente deducibili gli interessi passivi al pari degli stessi costi legati all’emissione ed inoltre, aldilà degli aspetti meramente finanziari (non da sottovalutare anche per la flessibilità nell’utilizzo delle risorse), è sicuramente un elemento di accrescimento della visibilità del proprio marchio e quindi della propria azienda. 

Per poter emettere un Minibond non è necessario essere una società quotata, è necessario un minimo di storicità aziendale (ultimi 2 bilanci approvati) e non devono esserci procedure concorsuali in atto né operazioni di turnaround. 

Il Minibond è uno strumento particolarmente adatto alle imprese con vocazione all’internazionalizzazione che abbiano precisi progetti di sviluppo per finanziare nuovi investimenti (materiali, immateriali e finanziari) e per finanziare il circolante (pagamento fornitori, stipendi e/o equivalenti, imposte e tasse). 

Il Minibond potrebbe anche essere il primo step della PMI verso l’apertura al mercato dei capitali che in un sistema quale quello italiano, altamente bancocentrico, risulta sempre complesso da considerare. Attraverso l’utilizzo della finanza alternativa al canale bancario l’impresa inizia ad acquisire consapevolezza delle prassi operativa del mercato dei capitali  e, data la possibilità di ottenere anche la quotazione del bond sul mercato ExtraMot (con notevoli effetti benefici sul costo in termini di interessi passivi), si prepara il terreno ad eventuali ulteriori operazioni che potrebbero prevedere l’ingresso di un socio finanziario che apporta capitali in forma di equity per lo sviluppo internazionale (fondo di private equity) oppure il reperimento di capitali direttamente attraverso un processo di quotazione in borsa del proprio capitale.

Per private equity si intende un soggetto che apporta capitali e diventa socio di minoranza. Le motivazioni che potrebbero portare a ricercare un socio del genere sono sostanzialmente rinvenibili in motivazioni quali la necessità di internazionalizzarsi e crescere dimensionalmente, ma ovviamente un private equity può intervenire anche quando le motivazioni sono diverse (supporto nella gestione dei passaggi generazionali, bisogno di adeguare i mezzi propri rispetto ai mezzi di terzi). 

Molteplici sono i vantaggi rinvenibili dall’ingresso di un partner finanziario. Ad esempio, il fondo di private equity contribuisce a professionalizzare la gestione dell’azienda regolamentando i rapporti impresa-famiglia. Inoltre, anche in questo caso, si migliora l’immagine aziendale, infatti molto spesso la presenza di un fondo di private equity nel capitale consente di essere percepiti dal canale bancario come più allettanti (non solo per la maggior patrimonializzazione). 

La partecipazione nel capitale da parte di un fondo di private equity dura orientativamente dai 4-6 anni, termine entro il quale per policy il fondo deve uscire dall’investimento e generare una plusvalenza.

Normalmente la plusvalenza che un fondo si aspetta di realizzare è consistente, ma in linea con il fatto che tale soggetto si assume il rischio di impresa al pari della PMI, ovvero le risorse essendo affluite in forma di equity (ovvero capitale sociale) possono, negli scenari più negativi, portare anche ad una completa svalutazione della partecipazione senza nessun ristoro economico da parte della PMI.

L’uscita di un fondo di private equity dalla compagine societaria può avvenire con un riacquisto da parte dei soci, od anche (e molto spesso è preferibile) con la quotazione della PMI sul mercato mobiliare. La quotazione in borsa (in particolare il mercato AIM per le imprese con fatturati fino a circa 50 milioni) potrebbe anche essere la naturale prosecuzione strategica per una PMI che, abituata agli standard e alla governance richiesta dal fondo di private equity, è già sostanzialmente pronta per affacciarsi al mercato dei capitali.

Con la quotazione al mercato borsistico viene sostanzialmente trasferita la partecipazione dalle mani di un unico soggetto (il private equity) ad una moltitudine di soggetti istituzionali che comunque rimangono soci minoritari di un’impresa alla quale stanno dando fiducia perché vedono potenzialità di crescita interessanti.

L’AIM Italia (Alternative investment market) è il mercato di Borsa dedicato alle PMI; il percorso di quotazione è quindi semplificato ed è lo strumento giusto per permettere all’imprenditore di adeguarsi allo status di PMI quotata e, dunque, di imparare a dialogare con il mercato ed apprendere le logiche di investimento. Da una ricerca dell’osservatorio AIM Italia emerge che la principale motivazione del ricorso al mercato AIM risiede nell’espansione in nuovi mercati geografici. Le PMI che hanno bisogno di risorse fresche per poter iniziare un processo di internazionalizzazione possono quindi valutare la quotazione in questo mercato, sul quale più che il fatturato storico assume importanza la potenzialità di crescita. Si può decidere di quotare anche solo il 10% del capitale sociale (ovvero detenere il possesso dell’azienda per il restante 90%). La quotazione, come per le altre operazioni di finanza alternative al canale bancario, porta con se altri vantaggi oltre all’afflusso delle risorse finanziarie. Innanzitutto comporta la diversificazione delle fonti di finanziamento (riduzione della dipendenza dal canale bancario), così si aumenta lo standing e la visibilità anche a livello internazionale, si acquisisce peso e credibilità sui mercati internazionali grazie alla presenza di investitori qualificati nel proprio capitale (con i positivi effetti in termini di forza contrattale e competitiva). Inoltre, al pari del private equity, può essere utilizzato anche come strumento per agevolare l’ingresso di nuovi soci e favorire l’uscita di quelli non più interessati a rimanere all’interno della compagine societaria. 

Ad oggi uno dei limiti maggiori percepiti al processo di quotazione è quello dei costi che, data la presenza di numerose ed elevate professionalità per la strutturazione dell’intero processo, è spesso rilevante e può risultare un ostacolo non di poco conto. Interviene quindi a supporto di tale ostacolo la legge di bilancio 2018 che approva un credito d’imposta nella misura del 50% dei costi di consulenza sostenuti per la quotazione in borsa delle PMI (ovvero si risparmiano il 50% dei costi di consulenza). Tale incentivo è valido per le quotazioni che si perfezionino entro il 31 dicembre 2020; sono destinatarie dell’agevolazione tutte le PMI per un importo massimo di 500.000 euro ad operazione. 

In conclusione, possiamo affermare che ci sono molti strumenti semplici ed efficaci che possono essere utilizzati per realizzare quel processo di internazionalizzazione troppo spesso accantonato dalle imprese, ma che oggi, molto più che nel passato, si presenta come l’unica occasione per consentire alle PMI del nostro Paese di uscire da una situazione di stallo o di crisi che rischia di diventare sempre più acclamata se si continua a dipendere in maniera esclusiva dal mercato locale.

Attualmente le uniche imprese nostrane che presentano tassi di crescita consistenti sono quelle con una consolidata presenza estera ed il ruolo dei consulenti deve essere proprio quello di traghettare le PMI verso una nuova fase, per evitare di perdere un patrimonio così importante di conoscenze, know-how ed artigianalità di eccellenza.