La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek

La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek

[Nasce con questo numero di Vaglio Magazine, una nuova rubrica coordinata dall’amico Roberto Leoni, regista e scrittore, su temi legali trattati nel cinema]

 

Il cinema, per coinvolgere emotivamente lo spettatore, ricrea, tramite la verosimiglianza alcune situazioni storiche, sociali, sentimentali e talvolta anche giuridiche. Ritenendo che tali situazioni potrebbero incuriosire i nostri lettori, abbiamo scelto, tra i film di qualità recensiti dallo sceneggiatore e regista Roberto Leoni, quello più interessante in questo bimestre

 

 

Gli antichi Greci concepivano la Fortuna soprattutto associata alla ricchezza e alla prosperità e la onoravano in trenta templi situati nelle varie città. I Romani, invece, ne veneravano una particolare: la Fortuna Primigenia, cioè la “prima nata”, la prima figlia di Giove, ma anche, in un altro mito quella “nata prima di tutti gli altri dei”. In questa seconda versione era lei a partorire Giove e per questo era rappresentata con in braccio un Giove bambino, chiamato Iuppiter Puer e Puer Arcanus era, infatti, chiamato il bambino che custodiva l’Arca della dea. nel famoso tempio della Fortuna a Palestrina. Un tempio a sei piani con sei terrazze, sul quale i Barberini nel 1500 costruirono un loro incredibile palazzo. Nella quarta terrazza c’era il pozzo sacro dove il Puer Arcanus raccoglieva dal fondo le “sorti”, i pezzettini di legno sui quali erano incisi in caratteri arcaici i vaticini.

Ho fatto questa lunga premessa perché la presenza infantile, come elemento che determina la sorte, ritorna in maniera determinante nel film di Ferzan Ozpetek dove l’arrivo di due bambini mette in crisi una coppia gay. Una coppia, in realtà, già stanca, logorata dall’abitudine che sta finendo tra piccoli tradimenti, bisticci e sdegnati mutismi.

Uno dei protagonisti è Edoardo Leo che con questo ruolo alza il livello della sua carriera, superando sia il registro dolce-amaro della commedia sentimentale, sia quello socio-ironico della commedia generazionale, per creare un personaggio empatico e piacevolmente realistico.

Il secondo elemento della coppia è Stefano Accorsi che realizza qui una delle sue prove migliori, a suo agio nel personaggio del “professorino”. Mentre Leo è un idraulico “piacione”, molto romano, molto superficiale e molto “volemose bene”, Accorsi è nordico, serio, educato, freddo: insomma i due estremi di una coppia cinematograficamente perfetta.

Accorsi ha anche la capacità di rimanere prigioniero nel suo personaggio (scelto con grande acume da Ozpetek), quasi fosse fisicamente e moralmente ‘ingessato’ e quando ne esce, lo fa in maniera isterica, testimoniando la fragilità di questa sua corazza quotidiana. Fragilità che trova il corrispettivo nello stesso smarrimento di Leo quando deve rendere conto dei suoi sentimenti.  E’ su questa coppia, che Ferzan Ozpetek rappresenta come il simbolo di ogni tipo di coppia (uomo-uomo, uomo-donna o donna-donna), un giorno “piombano” i due “bambini della Fortuna” Sono i figli di un’amica (interpretata da una deliziosa, struggente e appassionata Jasmine Trinca) che è costretta ad entrare in ospedale per alcuni esami clinici. Lei sembra la tipica ragazza che finora ha vissuto con leggerezza, ma adesso è sola con due figli di due padri diversi e latitanti ed è alle prese con problemi concreti, drammatici e immediati.

Edoardo Leo e Stefano Accorsi accolgono con tenerezza e incoscienza i due bambini che subito con il loro candore, con la loro filosofia spicciola e soprattutto con il problema della loro “manutenzione” quotidiana, mettono i nostri due protagonisti di fronte ad una realistica e spietata verifica delle loro tanto confortevoli, egoistiche abitudini. Come accadeva con il Puer Arcanus che decideva le sorti della Fortuna Primigenia, così questi due bambini cambiano il destino della coppia, svelando non solo quanto sia logora, ma anche che forse   può esistere una possibilità nuova: un’imprevista, anarchica rinascita.

Una rinascita sottolineata nella colonna sonora dalla splendida canzone di Mina, intitolata Luna Diamante, perché nel film l’amore è visto come un diamante che splende ma può distruggersi in un istante essendo fragilissimo. Forse Ozpetek vuole ricordarci che incontrare l’amore può dipendere dalla Fortuna ma mantenerlo dipende da tutti noi.

P. S. per l’avvocato spettatore: Il film termina lasciando in sospeso, forse per una disattenzione degli sceneggiatori, un quesito legale sul futuro dei due piccoli protagonisti che sicuramente i nostri lettori sapranno identificare e magari chiarire.