Intercettazioni e diritto di cronaca e difficile amalgama con il diritto all’oblio e diritto alla riservatezza.

Intercettazioni e diritto di cronaca e difficile amalgama con il diritto all’oblio e diritto alla riservatezza.

LINEE GUIDA DEGLI  INTERESSI DIVERSI COINVOLTI ANCHE ALLA LUCE DELLE PRONUNCE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA E DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO.

SENTENZE DELLA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE ED INTRODUZIONE DEL GDPR

 

L’intercettazione viene considerata uno  degli strumenti investigativi maggiormente utilizzati dall’Autorità Giudiziaria per l’accertamento dei reati. Tale modalità d’indagine viene disposta dal Pubblico Ministero su autorizzazione del G.I.P.

Sul tema delle intercettazioni, ogni volta che l’A.G. ne dispone una, automaticamente viene registrata qualsiasi conversazione. Ne deriva dunque la conoscenza da parte degli inquirenti anche di fatti che nulla hanno a che vedere con l’indagine in corso.

Successivamente, con il deposito dei verbali a disposizione delle parti e dei loro difensori, anche i fatti di natura privata vengono resi noti al pubblico, con la conseguenza, spesso,  di rendere pubblici anche aspetti relativi non soltanto alla vita degli intercettati, ma anche di soggetti estranei alle indagini legati da rapporti personali con i protagonisti delle vicende.

Sul tema è intervenuto il Garante per la protezione dei Dati personali, in conseguenza delle polemiche scaturite dalle note vicende pubbliche, che ha dettato le linee guida per una corretta selezione del materiale derivante da intercettazioni disposte dall’AG : 1) nel corso delle indagini preliminari, un’intercettazione non è più considerata segreta dal momento in cui viene portata a conoscenza dell’indagato per mezzo dell’avviso di deposito dei verbali presso la segreteria del PM.; 2) ai sensi dell’art. 114 comma 7 cpc da tale istante il relativo contenuto può essere soggetto a divulgazione.

Il nocciolo del problema è che non appena l’intercettazione viene trascritta e poi depositata presso la segreteria del Sostituto Procuratore,  cessa di esser coperta dal segreto d’indagine e, pertanto, il relativo contenuto da quel momento  potrebbe essere a disposizione del reporter. Tuttavia, non tutto il materiale nella disponibilità del cronista può essere diffuso, incontrando i limiti imposti dall’ordinamento per il diritto di cronaca.

Si intende dunque far riferimento ai requisiti di verità, rilevanza sociale e continenza. Per quanto attinente al primo dei tre elementi menzionati, non si pongono problemi di particolare natura poiché le intercettazioni, disposte ed eseguite dall’A.G., vengono considerate vere per antonomasia, conseguentemente; tutto ciò che da ivi deriva è veritiero per definizione. Diversamente, con riferimento al requisito dell’interesse pubblico, la sussistenza dello stesso si basa unicamente sul fattore “rilevanza sociale” degli argomenti trattati nella conversazione intercettata, tale da neutralizzare qualsivoglia pretesa di riservatezza da parte del soggetto direttamente interessato dall’indagine. Per quanto concerne il requisito della continenza, con questo termine si esprime il concetto che la pubblicazione della notizia non debba tracimare in espressioni gratuite, licenziose o scadere in argomentazioni pruriginose e di natura spettacolare con nulla hanno a che vedere con la necessità di divulgazione di notizie di stretto rilievo e portata pubblica, incontrandosi in siffatte ipotesi lo sbarramento del cd. diritto alla riservatezza.

Particolare espressione del diritto alla riservatezza è il diritto all’oblio, per il quale ogni soggetto ha diritto a non esser più ricordato per fatti, in particolare di natura giudiziaria, che in passato furono oggetto di cronaca. Più specificatamente, attingendo ad un definizione prettamente dottrinale, il diritto all’oblio viene generalmente definito come il diritto di ogni soggetto a che non  siano ripetutamente pubblicate notizie sul suo conto.

Va specificato che sovente si tende a confondere il diritto all’oblio con la tutela della propria identità personale, che afferisce ad una sfera di interessi diversi, in quanto quest’ultima infatti riguarda l’interesse di ciascuno a che la propria immagine pubblica non sia danneggiata, non subisca attacchi e non venga denigrata, mentre il diritto all’oblio potrebbe anche riguardare notizie che parlano bene di sé stessi e che dunque non intaccano negativamente la propria immagine pubblica.

Alla base della problematica della configurazione del diritto all’oblio, come precedentemente sottolineato, vi è l’interesse pubblico  alla conoscenza di un fatto, limitato tuttavia ad un preciso periodo storico, con la conseguenza che il passare del tempo affievolisce l’interesse che la collettività ha di conoscere quel fatto. Il diritto all’oblio dunque consisterebbe nel diritto ad essere dimenticati, o meglio, a non esser ricordati, ogni qual volta il fatto per cui un soggetto viene menzionato risulti privo del requisito dell’attualità. Si tratta, anche in questo caso tra una sorta di “zona di conflitto” tra interessi che hanno una matrice contrapposta: da un lato, vi è un soggetto che non vuole più vedere il nome, dati, particolari ed eventualmente foto pubblicate online facendo leva sulla vetustà del fatto storico della notizia, dall’altro lato, il limite costituito dal diritto di cronaca e dall’interesse della collettività a conoscere i fatti storici riportati, sul presupposto che andrebbe verificato se il diritto di cronaca, a distanza di tempo, regge l’urto del sacrificio a favore del diritto all’oblio (!!).

Va comunque detto che la problematica del diritto all’oblio è frutto dell’evoluzione tecnologica degli ultimi anni e della incidenza sempre crescente dei social network. La questione del diritto all’oblio è stata per prima affrontata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha riconosciuto che l’esposizione perdurante o reiterata di un determinato soggetto al pregiudizio che gli crea la pubblicazione di una certa notizia e/o video e/o pose fotografiche finisce per ledere la sfera privata del soggetto stesso.

Di rilievo sono anche le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che si occupa della verifica se vi siano delle lesioni della CEDU (Carta Europea dei Diritti Umani). Si tratta di una forme di tutela sovrapponibili l’una all’altra e non contrapposte, aventi tutte riguardo al bene fondamentale della tutela dei diritti invocati dai cittadini, tra i quali, anche il cd. diritto all’oblio, oggetto di statuizioni sia da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.

Ai sensi dell’art. 8 della Carta europea dei diritti umani uno degli obiettivi primari di tutela è proprio il rispetto della vita privata e familiare, di tal che,  la prolungata esposizione di un soggetto ai danni che gli derivano dalla pubblicazione di notizie, foto, video e qualsiasi contenuto che lo riguarda potrebbe costituire una lesione del diritto al rispetto della vita privata e famigliare stabilito dalla CEDU.  Ne deriva che compito della Corte CEDU è quello di effettuare un ragionevole bilanciamento tra il diritto alla libertà di espressione, che trova anch’esso una specifica tutela nell’art. 10 della Carta dei diritti umani e il diritto al rispetto della vita privata e familiare (v. sentenza della Corte CEDU sez. V sent. n. 71233-13, 19.10.2017).

In altre parole è la stessa Corte CEDU che indica al giudice nazionale quali siano gli elementi da cui debba trarre il convincimento per operare una scelta di prevalenza tra il diritto di cronaca e di espressione del pensiero da una parte ed il diritto del rispetto della vita privata e familiare in generale dall’altro, specificando che nell’effettuare tale bilanciamento il giudice deve valutare: il grado di celebrità della persona; il metodo utilizzato; la veridicità della notizia e le conseguenze che derivano dalla diffusione della notizia.

La Corte di Strasburgo ha in modo particolare precisato che quando la notizia riguarda procedimenti e/o condanne penali relative a fatti rilevanti, di interesse pubblico, come ad esempio casi di corruzione di personaggi conosciuti o che rivestano cariche importanti, oppure in casi gravi ed efferati, l’interesse pubblico alla notizia non va scemando nel tempo ma resta al contrario sempre attuale in quanto i singoli cittadini hanno diritto ad informarsi anche su cose accadute tempo fa e a ricostruire le vicende storiche. In questi casi non può esserci dunque spazio per il diritto all’oblio.

Inoltre, sempre la Corte di Strasburgo valorizza anche il ruolo avuto dai soggetti che ora invocano il diritto all’oblio nella diffusione e divulgazione della notizia: se furono loro stessi ad adoperarsi affinché la notizia divenisse pubblica è difficile riconoscere poi il diritto all’oblio (v. pronuncia della Corte CEDU n. 60798-65599/10, 28.06.2018).

Queste indicazioni e nozioni di massa hanno ricevuto progressivamente accoglimento anche negli altri Stati Membri, tra i quali l’Italia con l’introduzione del  GDPR che ha introdotto una regolamentazione che prima non  esisteva, lasciando, come spesso accade, alla giurisprudenza ed alla dottrina dare un posto a questo diritto, interpretarlo e introdurlo nel nostro sistema giuridico.

Il fulcro del problema dunque risiede nella divulgazione dei fatti afferenti la sfera privata dei soggetti interessati, e come tali, privi di un obiettivo interesse pubblico, dato che il rischio è che si incorra in una chiara ed evidente lesione del diritto alla riservatezza, costituzionalmente garantito ai sensi degli artt. 2,13,14,15 Costituzione.

La Giurisprudenza di legittimità ha ribadito di recente che il diritto del soggetto a pretendere che le proprie passate vicende personali siano pubblicamente dimenticate, trova limite nel diritto di cronaca solo quando sussiste un interesse effettivo ed attuale alla loro diffusione, ovvero quando un fatto recentemente accaduto, di cui si rende la notizia, abbia un collegamento con passate vicende rinnovandone l’attualità.

Diversamente, il pubblico, improprio collegamento tra le due informazioni si risolve in una illecita lesione del diritto alla riservatezza, mancando la mera proporzionalità tra la causa di giustificazione e la lesione del diritto antagonista (v. Cass. 26 giugno 2013 n. 16111).

Ed ancora, la Suprema Corte di legittimità ha ribadito che non è possibile prescindere da una valutazione bilanciata tra il diritto all’informazione che è soddisfatto dalla cronaca giornalistica e i cosiddetti diritti fondamentali della persona, tra cui si può senza dubbio collocare anche la riservatezza della persona (v. Cass. sent. n. 13161 del 24.06.2016). Atteso che ciò che conta, ad avviso della Cassazione, nell’effettuare tale bilanciamento è l’interesse pubblico alla diffusione e pubblicazione della notizia, la privacy e la riservatezza dell’individuo non potranno mai impedire di pubblicare determinate vicende che siano caratterizzate da un forte interesse pubblico che ne giustifica la divulgazione. In ogni caso, pur essendo sempre ammissibile la pubblicazione di notizie di interesse pubblico, le modalità di diffusione devono sempre minimizzare il danno alla riservatezza degli individui  (v. Cass. sent. n. 16111 del 26.06.2013).

Anche la Corte di Cassazione incentra parte del suo ragionamento sull’importanza strategica e basilare che il fattore tempo assume nella maturazione del diritto all’oblio, dato che è evidente che con il passare del tempo l’interesse pubblico alla diffusione e pubblicazione di una certa notizia va scemando, fino a scomparire completamente. E così, quando un fatto, una vicenda, perde qualsiasi interesse pubblico torna ad essere un fatto privato e non può dunque più giustificarsi la lesione dei diritti dell’individuo che la sua pubblicazione comporta, il quale può dunque correttamente pretendere di “tornare all’anonimato”.

Infine, la Cassazione ha preso posizione anche nei riguardi degli articoli che sono stati oggetto di pubblicazione on line, riscontrandone una capacità di diffusione particolarmente elevata e, dunque, nei confronti degli stessi quando è ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente, il trattamento dei dati personali dei soggetti coinvolti nell’articolo non dovrebbe più avere luogo avendo ricevuto adeguata forza divulgativa.

Sul piano concreto, una delle forme più efficaci di tutela per dare piena attuazione al diritto all’oblio è rappresentata dalla deindicizzazioneSi tratta di una operazione tecnica attraverso cui non sarà più possibile attraverso una ricerca nel web reperire certi link e certi riferimenti. Su detta tematica si segnala il provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali del 21.12.2017 che ha accolto in parte un ricorso proveniente da una persona che richiedeva la deindicizzazione ed ha imposto la rimozione degli URL già indicizzati tra i risultati di ricerca che escono fuori digitando il nome e il cognome dell’individuo stesso sia in ambito europeo che extra UE . Altro elemento efficace a contrastare la permanenza nel tempo di un articolo lesivo della propria privacy e della propria sfera di riservatezza è la rimozione del contenuto dal web.

Come sopra accennato, con l’entrata in vigore in Italia del GDPR, ossia del nuovo regolamento europeo relativo al trattamento dei dati personali, si è finalmente cercato di riordinare la materi , dato che l’art. 17 del GDPR tratta proprio il diritto all’oblio, anche se, purtroppo, si lamenta che, al di là del nome utilizzato, più che di reale diritto all’oblio (cioè diritto ad essere dimenticati), la norma ha a riguardo prettamente il diritto alla libertà di espressione e di informazione. In altre parole, il diritto all’oblio previsto dal GDPR è quindi solo il diritto alla cancellazione dei propri dati personali da parte di un altro soggetto, ossia del titolare del trattamento. In pratica, se un soggetto ha trattato i dati per una certa finalità, quando tale fine viene meno, il soggetto al quale i dati personali si riferiscono può chiederne la cancellazione.

In altri termini, la norma del GDPR non fa altro che confermare ed adeguare al mondo del digitale il principio del diritto alla cancellazione dei dati quando essi non sono più necessari alle finalità per cui sono stati raccolti. La vera novità introdotta allora dal diritto all’oblio previsto dal GDPR consiste nel dovere di procedere imposto al titolare del trattamento che riceve una richiesta di cancellazione dei dati personali, quando i dati sono stati “resi pubblici” dal titolare stesso, atteso che in siffatti casi la norma del GDPR prescrive al titolare del trattamento non solo di cancellare i dati, ma anche “tenuto conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione” di adottare “misure ragionevoli, anche tecniche” per trasmettere la richiesta anche agli altri titolari del trattamento che stanno utilizzando i dati dei quali si chiede la cancellazione. Tale obbligo vige quando la richiesta di cancellazione ha ad oggetto “qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali”.

Si tratta indubbiamente di un progresso verso il riconoscimento del diritto all’oblio, anche se evita di regolamentare concretamente la intrigata questione dell’intreccio tra gli interessi (almeno apparentemente contrapposti) tra diritto alle intercettazioni, diritto alla cronaca e alla manifestazione di pensiero, diritto alla riservatezza e diritto alla privacy.