IL RISARCIMENTO DEL DANNO TRA “PUNTI FERMI” E NUOVE PROSPETTIVE.

IL RISARCIMENTO DEL DANNO TRA “PUNTI FERMI” E NUOVE PROSPETTIVE.

La tematica del risarcimento del danno è senz’altro tra le più complesse del diritto civile. Lo dimostrano i copiosi interventi pretori e dottrinali che da anni interessano la materia.
Il risarcimento assolve oggi ad una funzione di ripristino dello status quo ante.
Colui che ha cagionato un danno, sia esso contrattuale o extracontrattuale, è tenuto alla sua integrale “riparazione”. In questo modo il danneggiato potrà ottenere tutto quello e proprio quello che costui aveva prima della causazione dell’evento dannoso.
Focalizzando l’attenzione sull’illecito aquiliano, l’art. 2043 c.c. prevede che il danneggiato è tenuto a risarcire i danni cagionati secondo quella che viene comunemente definita la responsabilità “del passante”. In questo caso, infatti, tra il danneggiato ed il danneggiante non esiste alcun rapporto pregresso ma dal fatto si genera in capo al secondo un obbligo risarcitorio ex art. 1173 c.c..
Il danno prodotto è di due tipi: patrimoniale e non patrimoniale, ex art. 2059 c.c..
Maggiori problemi ha comportato la corretta quantificazione monetaria del secondo, considerato che mentre il primo costituisce un’obbligazione il cui valore economico è di “pronta” soluzione, il secondo si presta a valutazioni più complesse.
Si pensi, ad esempio, al danno da liquidare a causa della sofferenza patita dal congiunto per il decesso prematuro del proprio familiare.
Tali difficoltà si riscontrano non solo perché, come è noto, il risarcimento è un’obbligazione di valuta ma anche e soprattutto perché sovente l’interprete può incorrere in delle descrizioni categoriali che possono generare confusione in termini di posta risarcitoria.
Ecco perché, al fine di scongiurare tale confusione, la Suprema Corte ha più volte osservato che il risarcimento deve essere integrale nel senso che la somma erogata deve essere idonea a risarcire tutte le sofferenze ed i danni cagionati, ma non oltre.
Ciò significa che il risarcimento non deve costituire per la vittima uno strumento di indebito arricchimento. Il nostro sistema è caratterizzato dalla regola secondo cui il risarcimento serve a reintegrare la vittima (in forma specifica o per equivalente) del bene che costei aveva prima dell’evento lesivo.
Ammettere, dunque, un risarcimento oltre misura, magari volto ad una funzione deterrente, snaturerebbe l’impostazione oggi prevalente sulla natura del risarcimento.
Quest’ultimo è consentito ex art. 2043-2059 c.c..
Come è noto, l’art. 2059 c.c. è stato oggetto di un lungo iter evolutivo. Oggigiorno, secondo una lettura costituzionalmente orientata, si ritiene che la norma predetta non circoscriva più i danni ai casi tipici (cfr art. 185 c.p.) ma che sia volta a tutelare, in combinato disposto con l’art. 2 della Costituzione, tutti i diritti costituzionalmente rilevanti che vengono ingiustamente lesi.
Il problema che ne consegue, come poc’anzi accennato, è connesso ad una doppia “preoccupazione”, ossia, da un lato, quella di consentire che il patrimonio del soggetto venga effettivamente “ricostruito” o ripristinato al momento antecedente l’evento lesivo e, dall’altro, evitare che, sotto voci categoriali descrittive, si possano duplicare le poste risarcitorie.
La prima preoccupazione è connessa al principio di indifferenza patrimoniale secondo cui il patrimonio della vittima non deve subire alterazione alcuna dal sinistro. Deve rimanere “una posta neutra” da un punto di vista valoriale.
Deve essere letto in tal senso l’art. 1223 c.c. che, disciplinato in tema di responsabilità contrattuale, prevede che il danno risarcibile deve comprendere sia il danno emergente (le spese patite) che il lucro cessante (i mancati guadagni) che siano conseguenza diretta ed immediata del danno cagionato.
Tale principio si collega, in un certo qual modo, ad un’ altra regola che si ricava da un punto di vista sistematico, ossia quella secondo cui bisogna evitare che alcune categorie di danno abbiano la funzione di duplicare il risarcimento.
Le regole finora esposte trovano campo d’elezione, ad esempio, nell’ambito del risarcimento danni provocati per la morte (seguita a brevissimo lasso di tempo) di un congiunto a causa di un sinistro.
In questo caso, il codice delle assicurazioni prevede (art. 139) la liquidazione del danno non patrimoniale il quale ultimo è suddiviso (si badi bene, da un punto di vista meramente descrittivo) in danno biologico, danno morale soggettivo e danno esistenziale.
Il primo è dato dalle lesioni cagionate a livello fisiopsichico dall’evento, il secondo è dato dalla sofferenza patita ed il terzo dalla modifica delle condizioni di vita derivanti dall’evento nefasto.
Più volte la Cassazione è intervenuta ammonendo gli interpreti ed osservando che tali voci di danno non sono autonomamente risarcibili, ma devono essere liquidate in modo unitario ed onnicomprensivo, come peraltro suggerisce il tenore letterale dell’art. 139 co. 3 (del codice delle assicurazioni).
Diversamente opinando, ossia riconoscendo un’autonoma quantificazione delle singole voci, si incorrerebbe in una duplicazione inammissibile di poste risarcitorie.
Il problema, invero, sorge perché nelle prassi dei tribunali, mediante quantificazione dei ctp, si tende a valorizzare ogni singola voce addirittura procedendo ad una separata quantificazione del danno morale o esistenziale. Il Giudice della nomofilachia osserva, invece, che il danno deve essere inteso in maniera unitaria ma va pur sempre personalizzato. La quantificazione autonoma non è consentita.
E’ chiaro poi che il problema si sposta sul piano dell’onere della prova, atteso che i danneggiati dovranno dimostrare il mutamento delle condizioni di vita derivanti dall’evento lesivo.
Ciò può avvenire o mediante produzioni documentali o mediante testimoni. In subordine, parte della giurisprudenza ammette le presunzioni.
Si è detto, dunque, che il risarcimento del danno ha funzione ripristinatoria. Va debitamente osservato che da alcuni anni la Cassazione (cfr. Cassazione SS.UU. n. 16601/2017) ha cautamente aperto ai c.d. danni punitivi nel nostro ordinamento.
Si tratta di un istituto di matrice anglo sassone (c.d. “punitives damages”) avente funzione latamente afflittiva ed ultra-compensativa. In buona sostanza, il predetto pronunciamento prevede che, in determinate ipotesi espressamente previste ed in armonia con il principio di ordine pubblico, il nostro ordinamento può ammettere un risarcimento del danno non indirizzato solamente al ripristino dello status quo ante ma con funzione sanzionatoria ed afflittiva verso il danneggiato. Si è aperta, dunque, una nuova prospettiva sulla natura giuridica del risarcimento del danno? Ragionando cautamente e soprattutto seguendo l’iter motivazionale della sentenza, si dovrebbe dare risposta negativa al predetto quesito. Si attendono ulteriori sentenze sul punto per poter avvalorare l’anzidetta tesi che, allo stato dell’arte, può dirsi in un certo qual modo “ardita”.

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