Il pignoramento del “cartellino” dello sportivo. Profili di legittimità e violazioni convivono e si scontrano

Il pignoramento del “cartellino” dello sportivo. Profili di legittimità e violazioni convivono e si scontrano

Leggendo i giornali, soprattutto quelli sportivi, vi sarà capitato di imbattervi nella locuzione “cartellino” associata alle prestazioni professionali di uno sportivo.

Ebbene, il concetto di cartellino (relativo alle prestazioni sportive dell’atleta) non è ben definito.

Almeno secondo la communis opinio.

Onde poter fornire una definizione precisa, è bene valutare sia il profilo pubblicistico che quello privatistica.

 

Lo sportivo esercita la propria attività, a titolo dilettantistico o professionistico, in virtù della affiliazione alla propria federazione sportiva (ad esempio F.i.p.a.v. per il volley). Con tale affiliazione egli svolge le proprie attività secondo le regole varate da ogni associazione e nel rispetto dei principi generali stabiliti dal C.O.N.I. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano).

Il profilo di natura privatistica attiene al rapporto tra l’atleta e la società sportiva. Ebbene, il concetto di cartellino si forma, in misura esclusivamente civilistica, legato al rapporto atleta/società sempre all’interno dell’alveo pubblicistico della federazione sportiva di appartenenza.

Funzioni pubblicistiche e privatistiche sono separate ed esercitate da soggetti diversi così come confermato dalla Suprema Corte (Cass. Civ., sezioni unite, n. 7640/95).

Pertanto, l’atleta risulta tesserato per una società in forma privatistica, mediante l’affiliazione, alla federazione sportiva che, di regola, impone alla medesima di recepire nel singolo rapporto contrattuale le norme federali sul tesseramento e sul vincolo. Esempio più conosciuto quello delle leghe calcistiche: associazioni non riconosciute che raggruppano in forma privatistica le società di calcio affiliate alla FIGC e partecipanti ai vari campionati.

Nella interpretazione più restrittiva, il cartellino è definito come vincolo sportivo.

In altri termini, chi intende partecipare alle competizioni organizzate dalle federazioni sportive italiane è costretto a stipulare il vincolo ed a devolvere irrevocabilmente la titolarità delle proprie prestazioni sportive alla società con la quale si affilia.

Il vincolo, almeno il primo vincolo che viene stipulato all’inizio della carriera dell’atleta, viene stabilito senza un termine e lega “a vita” l’atleta tesserato (non alla federazione di appartenenza bensì alla società nella quale milita).

È evidente, ictu oculi, che il vincolo sportivo stipulato dagli atleti per un tempo indeterminato, ovvero irragionevolmente lungo, sia da ritenersi nullo in diritto ex art. 1418 cod civ. poiché contrasta contro le norme imperative e l’ordine pubblico e, pertanto, realizza interessi meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico ai sensi e per gli effetti dell’art. 1322 cod. civ.

Tale condotta è suscettibile di altre violazioni quali:

  • Il diritto di praticare senza difficoltà la propria attività agonistica, sancito dai princìpi generali dell’ordinamento e rinvenibile nelle libertà individuali e sociali stabilite dalla Carta costituzionale, nonché dall’art. 1 della legge 23 marzo 1981 n. 91, secondo cui «l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero»;
  • della libertà di associazione (che comprende anche il diritto di dissociazione), art. 18 della Costituzione, nonché art. 11 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (legge 4 agosto 1955, n. 848) e dall’art. 22 del patto internazionale sui diritti civili e politici (legge 25 ottobre 1977 n. 881);
  • del diritto alla parità di trattamento, tutelato dal principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’art. 3 della Costituzione, rispetto agli atleti professionisti, per i quali l’art. 16 della legge 23 marzo 1981 n. 91 ha disposto espressamente l’abolizione del vincolo sportivo, integrante letteralmente le «limitazioni alla libertà contrattuale dell’atleta professionista»;
  • del dovere imperante erga omnes di assicurare «senza nessuna discriminazione» il godimento delle libertà fondate su qualsiasi condizione personale», quale quella dell’atleta minore e non professionista, stabilito dall’art. 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (legge 4 agosto 1955, n. 848);

Tale indirizzo è confermato dalla giurisprudenza che ha affermato che:

  • l’adesione ad un’associazione non riconosciuta comporta l’assoggettamento dell’aderente al relativo regolamento con il limite derivante dal principio costituzionale della libertà di associazio-e, il quale implica la nullità di clausole che escludano o rendano oneroso in modo abnorme il recesso (Cass. Civ. sez. I, n. 5191/1991);
  • il principio della libertà di associazione implica la libertà di recesso per qualunque tipo di associazione, come previsto dall’art. 20 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, secondo il quale «nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione», giacché la disciplina pattizia non può mai sopprimere il diritto di dissociazione o renderne oltremodo ostico l’esercizio con modalità oggettivamente coercitive, impeditive o preclusive;

Sulla scorta di una errata interpretazione del concetto di autonomia dell’ordinamento sportivo, la concezione dominante è favorevole al vincolo sportivo dell’atleta non professionista in base alla presunta particolarità del movimento e dell’organizzazione dello sport.

Insistendo in questo atteggiamento di chiusura totale, anche l’atleta minorenne viene considerato oggetto di compravendita nonché di ogni altro accordo che inerisce lo sfruttamento economico delle prestazioni sportive pur considerandolo sempre “non professionista” e quindi assoggettato al vincolo da parte della società che li ha tesserati.

In Italia, solo 4 federazioni riconoscono il professionismo: calcio, ciclismo, golf e pallacanestro.

Pertanto in poche circostanze il professionismo funge da schermo per evitare che l’atleta venga considerato di “proprietà” esclusiva della società sportiva cui è tesserato e che possa comunque essere utilizzato come bene suscettibile di valutazione economica (vendita del cartellino, prestito dell’atleta ad altre squadre etc.).

L’ottavo principio fondamentale della Carta Olimpica stabilisce che la pratica dello sport è un diritto umano e che ogni individuo «deve avere la possibilità di praticare lo sport secondo le sue necessità».

Nei princìpi fondamentali degli statuti delle federazioni sportive nazionali, deliberati dal consiglio nazionale del CONI il 23 marzo 2004, è stato disposto che «gli statuti ed i regolamenti organici dovranno prevedere la temporaneità, la durata del vincolo e le modalità di svincolo».

Anche per rispettare questa nuova disposizione, le federazioni sportive hanno dovuto limitare al raggiungimento di una certa età la durata del vincolo sportivo (la FIGC a 25 anni, la FIP a 32 anni, la FIPAV a 34 anni), ma questo limite appare evidentemente una discriminazione vietata dalla legge soprattutto nei confronti degli atleti minori e dei loro genitori.

In ogni caso, non vi è alcun dubbio che l’atleta minorenne viva ancor oggi prigioniero del proprio cartellino e che resta problematicamente attuale l’esigenza di difendere un autentico valore sociale qual è la libertà della pratica agonistica.

Dopo aver affrontato il tema sulla “legalità” del cartellino dell’atleta inteso come vincolo sportivo di natura civilista che lo lega alla società nella quale è tesserato, ed avendo appurato come, nonostante vi siano palesi violazioni di legge, nella pratica sportiva il vincolo atleta/società viene ammesso anche a tempo indeterminato (ovvero per tempi lunghissimi), occupiamoci di ciò che è stato stabilito dalla giurisprudenza in merito al pignoramento del cartellino dell’atleta.

Secondo diverse pronunce, il pignoramento del cartellino è ammesso. In particolare è stabilito che:

  • il «cartellino» rappresenta il diritto di utilizzazione sportiva dell’atleta e costituisce il valore economico delle prestazioni professionali del medesimo, sicché è assoggettabile a esecuzione forzata e a misura cautelare ( Brindisi 1990);
  • poiché il cartellino di un giocatore di pallavolo tesserato presso la federazione italiana è un bene che può essere oggetto di godimento e di disposizione, ed è suscettibile di valutazione economica, è ammissibile il suo pignoramento in quanto l’esecuzione riguarda non l’atleta in quanto uomo, ma le sue prestazioni agonistiche (Tribunale Foligno 1994) ;
  • la cessione, in seguito a esecuzione forzata, di un cartellino sportivo di una giocatrice di pallavolo militante in una squadra di serie A1 può essere effettuata anche a favore di una qualsiasi persona fisica e non necessariamente a favore di un soggetto tesserato con la Federazione italiana pallavolo (Tribunale Perugia 1996).

In contrario avviso si è espressa la giurisprudenza penale di merito in un isolato arresto riguardante la contestazione dei reati di estorsione e violenza privata a dirigenti di un’associazione sportiva dilettantistica che avevano preteso un corrispettivo economico per il «cartellino» di un calciatore. Nella sentenza, ampiamente motivata, si legge che né l’ordinamento sportivo né l’ordinamento generale riconoscono valore patrimoniale al vincolo, «senza contare il fatto che un diritto reale sul calciatore – esplicizzato dal vincolo di tesseramento – presenterebbe evidenti spunti di incostituzionalità» (Tribunale Pordenone 1995).

In tempi recenti, richiamando la pronuncia del Tribunale di Brindisi, è stato pignorato il cartellino di un calciatore del Bari nel 2014. Il creditore ha inteso rivalersi sulla società Bari e, in particolare, sul prezzo della eventuale cessione dello stesso.

Tale orientamento è stato sconfessato dagli organi federali sportivi, ma è considerato ormai pacifico dai giudici ordinari.

Ma pignorando il cartellino, il creditore può certamente riscuotere il proprio credito?

La risposta è negativa.

Se la società debitrice, e proprietaria del cartellino dell’atleta, dovesse dichiarare fallimento, gli atleti vengono svincolati immediatamente e, quindi, il loro cartellino non ha più alcun valore economico.

Pertanto, il pignoramento del cartellino (anche se considerato positivamente dalla giurisprudenza ordinaria) è, nella pratica, uno strumento eccessivamente aggressivo ed invasivo nei confronti dell’atleta (che fungerebbe da terzo pignorato) e dall’altra non garantisce in alcun modo la escussione del credito (atleta e società potrebbero, artatamente, decidere per una risoluzione consensuale del vincolo con conseguente smaterializzazione del valore economico del cartellino).

E veniamo alla vicenda paradossale del pignoramento del cartellino di pallavolista che, sebbene svincolato e a sua volte creditore della società, ha visto in bilico la propria carriera e la propria attività lavorativa.

Il pallavolista italiano Michele Baranowicz viene tesserato con la società Piacenza, militante nella superLega di volley maschile.

A fine anno la società fallisce e Baranowicz rimane creditore di 4 stipendi sui 10 pattuiti.

L’anno sportivo successivo lo milita in Turchia. Ma gli manca l’Italia, casa sua.

Trova sistemazione per la stagione 2019/2020 a Vibo Valentia. Ma il contratto non può essere firmato. Perché il cartellino, già mesi prima, è stato pignorato dall’ex procuratore di Baranowicz a sua volta creditore della società Piacenza (la stessa che deve ancora dare gli stipendi all’atleta).

Di fatto Baranowicz non può firmare alcun contratto. Il suo cartellino è stato pignorato presso il Tribunale di Piacenza.

Siamo nell’ipotesi in cui l’atleta è creditore della società, il cartellino dell’atleta viene pignorato da creditore della stessa società. Quest’ultima è stata dichiarata fallita dal tribunale.

Pertanto quale credito può escutere il creditore pignorante?

Nessun credito. Può, come è accaduto, bloccare la carriera di un atleta.

Baranowicz non sembra avere molte alternative. O paga l’ex procuratore per i crediti vantati verso la sua ex società oppure non può continuare a giocare.

Solo l’intervento decisivo della Lega Nazionale Pallavolo (che ha trovato cavillo giuridico per invalidare trasferimento di Baranowicz a Piacenza e quindi liberare il cartellino) ha permesso all’atleta di continuare a giocare a pallavolo.

In conclusione, se il pignoramento del cartellino viene considerato plausibile dalla giurisprudenza, esso non può essere permesso perché costituisce una invalida compressione della libertà individuale dell’atleta che viene “utilizzato” come “bene” pignorato.