Il consenso nella formazione del contratto e forme “alternative” di tutela risarcitoria.

Il consenso nella formazione del contratto e forme “alternative” di tutela risarcitoria.

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Nell’ambito della formazione del contratto un ruolo di particolare rilievo assume il consenso previsto come requisito necessario ex art. 1325 c.c. in difetto del quale la legge prevede la nullità ex art. 1418 c.c..
Il consenso occupa, dunque, un ruolo centrale nella struttura negoziale. Il codice civile prevede, a tal proposito, un apposito strumentario di tutele “a difesa” della formazione genuina dello stesso.
Anche la dottrina è intervenuta elaborando regole ad hoc soprattutto in quei casi in cui si presentano discrasie conoscitive tra le parti che creano un disequilibrio non solo semplicemente economico ma anche e soprattutto giuridico.
In tal senso si muovono le elaborazioni dottrinali legate al primo, al secondo ed al terzo contratto.
Mentre il primo contratto rappresenta le due posizioni “classiche” dei contraenti, ossia con pari forza contrattuale, il secondo contratto riguarda i rapporti tra imprenditore e consumatore. In quest’ultimo caso sussistono una discrasia, un potere contrattuale ed una conoscenza diseguale tra le parti che vengono “compensati” da specifici obblighi informativi (e non solo) previsti dal Codice del Consumo.
Un’elaborazione più recente ha, inoltre, teorizzato il c.d. “terzo contratto” che sussiste tutte le volte in cui l’asimmetria è di tipo economico e riguarda le imprese. Si pensi al contratto di subfornitura disciplinato dalla legge n. 192/1998.
Tale distinguo concettuale serve ad introdurre le conseguenze sanzionatorie previste dall’ordinamento nel caso in cui il consenso non sia stato validamente prestato, o, più correttamente, nel caso in cui sullo stesso abbiano in qualche modo influito dei vizi.
In tale ipotesi, infatti, la volontà contrattuale non si è formata validamente e/o non si è formata in modo consapevole.
Sulla stessa ha inciso un elemento estraneo e nocivo che “falsa” in qualche modo la rappresentazione che il contraente ha dell’“affare”.
Premesso, infatti, che i tre vizi della volontà sono l’errore, la violenza ed il dolo espressamente disciplinati dal codice (artt. 1427 c.c. e seguenti), occorre a tal proposito osservare che nel caso in cui il contratto appare viziato, il Legislatore ha previsto l’annullamento dello stesso. Il fine è quello di tutelare la parte debole che è stata indotta in errore, che ha subito una violenza o il cui consenso sia stato estorto a causa di raggiri che hanno determinano il contraente a sottoscrivere il “pactum”.
Tale ultima forma di dolo viene denominata determinante (o dolum causam dans) e si contrappone al dolo incidente ex art. 1440 c.c..
Si ha dolo incidente quando i raggiri non influiscono sul consenso ma sulle condizioni del contratto.
In questo caso il codice prevede la tutela risarcitoria in lungo dell’azione di annullamento del contratto il quale rimane valido ed efficace.
Detto altrimenti: nel caso del dolo incidente il contratto si è formato, la parte “raggirata” vuole l’accordo ma senza tale vizio lo avrebbe concluso a condizioni diverse.
Si pensi all’ipotesi in cui Tizio decide di acquistare un immobile di 100 mq al prezzo di 1000; Caio conferma che l’immobile è di 100 mq dando una risposta approssimativa sulla metratura. Tizio acquista l’immobile scoprendo dopo che lo stesso è di 85 mq. In questo caso Tizio avrebbe comunque acquistato il bene ma se avesse avuto una corretta informazione avrebbe acquistato al prezzo di 900.
Si apre, pertanto, la strada del risarcimento del danno cagionato da un’errata informazione offerta da Tizio il quale ex art. 1337 c.c. è responsabile.
La questione anzidetta offre un ulteriore spunto di riflessione di cui si dà notizia per inciso: la condotta tenuta nel nostro esempio da Tizio potrebbe presentare anche dei risvolti penalisitici in quanto astrattamente riconducibili nell’ambito della c.d. “truffa contrattuale” di cui all’art. 640 c.p..
Proseguendo con l’analisi dei vizi, giova osservare che la giurisprudenza ha elaborato una teoria denominata “teoria dei vizi incompleti del contratto”.
Secondo questa teoria, infatti, il codice non prevederebbe semplicemente il dolo incidente, ma anche l’errore e la violenza incidenti (vizi non codificati) che una volta accertati non porterebbero all’annullamento del contratto ma alla sola pretesa risarcitoria in favore della parte danneggiata.
Vi sarebbero, in buona sostanza, errore e violenza incidenti tutte quelle volte in cui si sia accertato che la parte abbia stipulato un accordo a causa di un errore o una violenza che influiscono non sulla volontà ma sulle condizioni del contratto concluso. Donde la pretesa risarcitoria quale unica tutela di riequilibrio.
Tale teoria è stata proposta, ad esempio, in un complesso caso giudiziario che ha riguardato anche un caso di accertata corruzione di un giudice e di un avvocato e che ha portato il Giudice di ultima istanza a riconoscere un risarcimento del danno alla parte danneggiata in luogo della richiesta di annullamento del contratto.
Va dato conto del fatto che parte della dottrina critica tale impostazione poiché il codice non presenta alcun appiglio normativo vero e proprio sulla base del quale raggiungere simili conclusioni.
La teoria dei vizi incompleti è vista, dunque, come una sorta di correttivo da parte della giurisprudenza la quale è tenuta ad indagare sulla condotta tenuta dai contraenti nella fase antecedente alla stipula del contratto. Si aprono, dunque, forme “alternative” di tutela risarcitoria che meritano particolare attenzione da parte degli operatori del diritto.

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