Il brand nel look e design dei beni di lusso italiani

Il brand nel look e design dei beni di lusso italiani

Nel contesto di questa felice iniziativa editoriale promossa dall’amico Avv. Mauro Vaglio, mi è stato chiesto di scrivere un articolo vicino alla realtà dei motori in qualità di amante della materia della Proprietà Intellettuale.

Fin troppo spesso sentiamo dire quanto si debba sostenere lo stile, il brand e la creatività italiana contenuti nei propri prodotti in un’armonia che tradizionalmente richiamiamo l’eccellenza italiana,  e continuamente sentiamo come famosi marchi come Valentino, Gucci, Bulgari nel solo campo della moda rappresenterebbero il made in italy, espressione dell’artigianato e creatività di noi italiani, ma non sono più purtroppo espressione della nostra imprenditoria fin da troppo tempo in crisi.

 

Parliamo di design che racchiude molti elementi tra i quali quelli artistici, ma anche ergonomici, tattili e commerciali, ma anche di distinzione ed esclusiva che sono caratteristica di un’impresa in piena competizione, e elemento determinante nel processo di scelta dell’acquirente come anche della sua fidelizzazione. Pensiamo al caso giudiziale del super yacht Serene del magnate russo Yuri Shefler, re mondiale della vodka, asseritamene copiato da Fincantieri, poi condannata a una dozzina di milioni di £ o poco più, per aver costruito un’imbarcazione troppo simile alla sua.

Diversamente dalla definizione offerta dal vocabolario comune che ne propone una lettura “negativa”, nella sua più sana accezione il lusso corrisponde alla proprietà esclusiva di un’espressione artistica, unica nel suo genere, di una creatività che non deve avere eguali, né tantomeno simili attorno, senza correre il rischio tangibile di sminuire il valore intrinseco stesso dell’eccellenza.

L’indagine del giurista del settore passa da un’analisi semiologia, ad una artistica, senza denigrare la questione sociale per poi approdare alla conclusione di profilo commerciale. Oggi desideriamo varare una rinascita dell’eccellenza ma non senza ricordare le sue componenti tecniche, sociali, artistiche e storiche di assoluta rilevanza sotto il profilo della tutela, della privativa, della strategia di comunicazione e commerciale.

Il settore della nautica italiana è caratterizzato, come l’artigianato dei gioielli, della moda e del design italiano, da uno stile e dalle linee che lo rendono individuabile nel contesto internazionale, riassunti in un nome o marchio ma spesso e volentieri in semplici forme riconoscibili a distanza. Tali linee che assieme delineano una forma (pensate a quella di uno scafo, ma anche ad una linea di un abito o un abbinamento di colori) individuano e distinguono il nostro Made in Italy.

Dietro la scelta di tali forme, non solo c’è una progettualità di studio e ricerca tecnica di matrice ingegneristica, ma anche una tradizione storica di scelta di materiali che provengono dal nostro territorio e dal vissuto dell’azienda. Tali aspetti troppo spesso vanno dati per sottesi, ma ciononostante sono di costante analisi nella branca più moderna dello studio della P.I. per la risoluzione di casi. Potrete certamente condividere con me che ogni nostro prodotto venduto contiene la storia della nostra tradizione imprenditoriale, sintetizzato in un segno che ne rende riconoscibile e distinguibile il proprio “posizionamento” sul mercato. E quindi le summenzionate “forme” protette dalla IP, ovvero i marchi, il design, il brand, il brevetto, le opere d’autore, le denominazione geografiche ed altre categorizzazioni, devono essere riconoscibili e riconosciute da parte del pubblico, attraverso analisi empiriche e non meramente didattiche ed asettiche, che quindi trovano obbiettivo riscontro nel contesto temporale e geografico di riferimento.

Cosa induce allora il  consumatore a scegliere un prodotto marcato tra tanti? Quanto c’è di estetica in un design e quanto di utile? Come vive la regola il travaglio del cambiamento del quotidiano e la ricorrenza dell’eccezione? Qual è l’incidenza del fattore temporale sui fattore della IP?

Se una forma sia identica, simile o diversa da un’altra, quando sia riprodotta senza autorizzazione, costituisce, infatti, il problema centrale della PI.  Attraverso la creazione delle forme e la disponibilità delle riserve offerte dalla P.I., l’impresa acquisisce, infatti, un valore competitivo addizionale sul mercato e trasmette i suoi messaggi al suo pubblico di riferimento per orientarlo verso scelte economiche di suo interesse. Ne consegue da un lato la preferenza per gli aspetti della percezione visuale delle forme, dall’altro l’approccio sostanzialmente pragmatico che caratterizza l’impianto del discorso. Da qui è socialmente e giuridicamente corretto sostenere che esiste un equilibrio – spesso precario – rappresentato dall’incontro tra la tutela dell’interesse della collettività – in particolare quella alla libera iniziativa economica e alla circolazione di idee – e quello dell’impresa mediato attraverso la creazione e sfruttamento – a determinate condizioni previste dall’ordinamento giuridico –  di specifici titoli di esclusiva.

Ebbene, la tricotomia identità-somiglianza-diversità costituisce il problema centrale attorno al quale ruota la patologia della PI. Da qui l’interferenza nei brevetti, confondibili tra i consumatori, il plagio, la registrabilità dei marchi, la riproduzione illecita di design, o la contraffazione – tanto per citare delle tipologie – sono appunto condizionati dalla soluzione dei problemi delle risorse da dare ai quesiti che la tricotomia sottintende.

La forma nella PI è il risultato di un processo della creatività qualificato da originalità, novità e diversità rispetto al noto.  La creatività è quindi un’espressione del pensiero che associa idee, concetti, e trova in una fissazione materiale la rappresentazione percettibile e riconoscibile.

L’ originalità è composta da un quid novi, presupposto costitutivo delle singole fattispecie normative. Tale fattore è il presupposto assoluto nel riconoscimento dell’invenzione e la sua abilitazione al brevetto e nella protezione delle opere protette dal diritto d’autore, nella duplice valenza di novità intrinseca e novità estrinseca, mentre nel design è intesa come concetto relativo. Nel marchio è poi determinante nella patologia dell’anteriore divulgazione della forma da parte di terzi. Nei database e nel software la novità si correla in primo luogo al metodo combinatorio.

Il secondo componente della creatività è l’utilità, definita dal nostro diritto industriale quale la caratteristica di funzionale al perseguimento dell’interesse dell’impresa, il che vale anche per il copyright.

La riconoscibilità, infine, è il terzo componente della creatività, conseguenza stessa dell’utilità, nel senso che la PI non si interessa a quella rappresentazioni formali che non si esprimano oggettivamente ed esternamente in forme significative, e quindi astrattamente percettibili e riconoscibile che permettano in rapporto e il raffronto tra i contrapposti interessi dei consociati. Essa presuppone l’organizzazione strutturale degli stimoli percettivi che non vengono registrati passivamente, ma comportano una selezione attiva ed una soluzione di problemi dati (la tridimensionalità, l’illusione ottica, la trasparenza, la profondità di campo per citare i più noti).

Inevitabilmente il contesto storico e lo stato di avanzamento tecnologico determinano il peso dei tre suddetti fattori a seconda che ne cerchiamo una valenza artistica, di design o brevettuale.  Per rendere i tutto più affascinantemente complesso, ma spero non noioso, ai concetti sopra esposti si lega l’immagine tecnicamente intesa, cioè ciò che il consumatore percepisce. Una facile trasposizione nel quotidiano di questo concetto è quello che in common law si definisce good will, ovvero il riconoscimento da parte del pubblico di riferimento, o clientela, dell’affidabilità del produttore e dei prodotti e/o servizi, e che il legislatore definisce “avviamento commerciale”.

Da qui il passo ad un altro tema di corrente studio ed applicazione nell P.I. è quello della brandizzazione, strettamente legata al fenomeno di riconoscimento nel contesto della comunità. E’ proprio questo aspetto che ci permette di ricondurre l’identità personale una sua espressività formale secondo le regole costitutive di ogni forma. Il diritto non è indifferente alla tutela di questa identità, articolando diverse forme di protezione quali il diritto al nome, all’immagine, alla reputazione, alla idoneità allo sfruttamento della notorietà ed alla oramai inflazionata ed abusata privacy. Nella proprietà industriale questo interesse assume valore prettamente economico e trova riconoscimento nei vari istituto di natura brevettuale, nei segni distintivi d’azienda, nella tutela di ritorno degli investimenti e della reputazione commerciale. Il brand (in italiano diciamo tecnicamente la MARCA) rappresenta tutto ciò che è attorno al marchio in senso stretto e lo accompagna nella sua comunicazione, valorizzando ogni elemento teso alla massima performance della comunicazione del prodotto, ovvero della sua brandizzazione.

Ritengo che dati gli abbinamenti che oggi si annunciano tra i vari marchi dei settori tra loro complementari, sia necessario estendere l’attenzione della tutela ma anche della strategia e della programmazione comunicazione nella traslazione ed abbinamento dei marchi, quando trattiamo il merchandising. Abbiamo detto in premessa che l’eccellenza è creatività e creatività è arte. Ma allora l’impatto del valore artistico inglobato direttamente o indirettamente nel bene immateriale, sulla sua identica e riconoscibilità che impatto e che rilevanza giuridica ha? Ovvero se un marchio o un disegno rappresentarono un valore artistico noto, restano sempre nelle forme protette dall’ordinamento in relazione alle funzione che dovrebbero svolgere (per es. quella distintiva del marchio o quella valoriale nel design), o invece quel valore artistico le snatura, le sovrasta al punto da farne qualcosa di diverso? La loro riproduzione è illecita o lecita ed entro quali limiti?

L’ordinamento predispone, nel riconoscimento dei rispettivi interessi, misure idonee alla loro salvaguardia e protezione. Spetta ai titolari di questi diritti disporne come meglio credono. Se quei nomi sono notori, la registrazione come marchio non è consentita ai terzi senza la autorizzazione degli aventi diritto. Se non sono notori i nomi di persona terze sono registrabili, sempre che non si leda il loro decoro o reputazione.

Se quindi da una parte lo sfruttamento economico di un valore culturale non implica in termini generali la commistione tra il sacro e il profano, dall’altra vedo con favore una sempre maggior commistione dei segni, marchi, comunicazioni e tradizioni dei marchi oggi coraggiosamente e forse un po’ inconsapevolmente in abbinamento l’un con l’altro.