I padri separati, cenni sociali e diritto di visita – Sentenza CEDU del 23 giugno 2016 n. 53377/13

Avv. Paola Petrarca

I padri separati, cenni sociali e diritto di visita – Sentenza CEDU del 23 giugno 2016 n. 53377/13

Spesso noi Avvocati quando ci occupiamo di cause di Diritto di Famiglia ci troviamo a fronteggiare una serie di questioni e di domande posteci dai “padri” che si vengono a separare. Le perplessità esternate da tali persone vertono principalmente sul tempo che questi clienti/genitori potranno trascorrere con il minore che nella maggior parte dei casi verrà allocato presso la madre, …. più di uno o due pomeriggi a settimana, il fine settimana alterno, le vacanze a vario titolo, e poi vi sono i casi in cui il minore è neonato e/o molto piccolo; viene, in alcuni casi, scandagliata l’ipotesi della parità di ore di frequentazione che i due genitori devono trascorrere coi figli in misura egualitaria; infine, esistono i casi più estremi che vedono il minore rifiutare gli incontri con il padre e diventa quindi il “soggetto” della contesa più grande all’istaurarsi di una crisi coniugale.

Al fine di regolare il diritto di visita del padre la giurisprudenza sia di merito che di legittimità è intervenuta con una serie di pronunce, nel rispetto sempre del principio di bigenitorialità. Ma non solo: tutta la legislazione europea, nazionale e regionale ha fatto grandi sforzi normativi di sostegno sociale ed economico per supportare le famiglie nel loro complesso e la genitorialità di entrambi i coniugi, sempre per agevolare la crescita completa del minore.

Alla luce di quanto sopra accennato, è necessario fare un breve distinguo tra coniugi che optano per una separazione consensuale e chi invece procede in via giudiziale.

Nel primo caso, i genitori preferendo una separazione consensuale sono loro a stessi a stabilire tempi e le modalità di frequentazione dei figli minori da parte del genitore non collocatario, al fine di garantire rapporti equilibrati e costanti con entrambi. Tale accordo non può esentare il padre dagli incontri con il figlio poiché il Tribunale non omologherebbe l’atto.

In caso di separazione giudiziale, invece, la decisione relativa al calendario e alla periodicità degli incontri viene rimessa ad un terzo, il Giudice; questi potrebbe stabilire un regime di incontri per i quali il figlio permane con il genitore collocatario, per un tempo ben superiore rispetto all’altro, e ciò non viola assolutamente i principi dell’affido condiviso, poiché tale principio non annovera la condicio sine qua non di tempi di permanenza uguali del minore con entrambi i genitori.

Vi è da porre l’attenzione su un altro aspetto della situazione che ci occupa,  cioè sui tempi di frequentazione del padre separato. La legge non dice nulla, per cui il Giudicante a seconda del caso deciderà caso per caso nel concreto tenendo dunque conto di diversi elementi,  che possono essere l’età e le necessità del minore. Non meno importanti, poi, sono i rapporti tra i coniugi e infine, anche alla luce dei matrimoni con persone di cittadinanza diversa da quella italiana, la distanza geografica tra i genitori, ecc.

Il giudice, poi, si potrebbe trovare di fronte ad una domanda delle parti in cui gli si chieda di non indicare i giorni della settimana in cui il genitore non collocatario ha diritto a vedere i figli, quindi genericamente potrebbe emettere un provvedimento che rappresenti più che altro una linea guida, lasciando così la scelta organizzativa alla libera volizione delle parti, le quali di volta in volta, anche con semplici sms, si organizzano secondo i rispettivi impegni. Ciò è possibile nei casi in cui gli accordi sono rispettati.

In ultima analisi, se il figlio è neonato e/o molto piccolo, il diritto di visita del padre deve essere bilanciato con le esigenze del bambino, in modo da garantirgli l’allattamento e una presenza preponderante della madre. È tuttavia giusto – secondo la più recente giurisprudenza – che, sin dalla tenera età, il padre inizi a instaurare una relazione stabile con il figlio, prendendosi cura anche delle sue esigenze primarie (cambio pannolini, biberon, ecc.): da un lato perché una riduzione degli incontri potrebbe pregiudicare l’insorgere del rapporto affettivo, dall’altro perché è necessario promuovere la responsabilizzazione anche del padre e, in ottemperanza come sempre del “preminente interesse del minore”, sono stati stabiliti termini di “rodaggio” della frequentazione che dovranno produrre il pernotto del minore presso la casa paterna.

I provvedimenti saranno, comunque, sempre incentrati sul diritto alla bigenitorialità.

Dal punto di vista sociale, ciò di cui si parla poco e che raramente si prende in considerazione è la situazione dei padri separati, sia relativamente ai loro bisogni identitari che per quelli economici susseguenti alla separazione. In Italia i dati statistici ci dicono che i padri separati o divorziati sono circa 4 milioni e di questi quasi un milione vivono sulla soglia della povertà.

Oltre ai dati statistici dell’Istat anche i dati della Caritas attestano che tra i nuovi poveri, anche a seguito della pandemia, ci sono molti uomini che hanno perso il posto di lavoro, praticamente uno su due è rappresentato da un padre separato non collocatario, ovvero colui i cui figli vivono con la madre che quindi percepisce l’assegno di mantenimento. La stragrande maggioranza non riesce a sostenere le spese per il bene di prima necessità né per se né per i figli.

Ne deriva, dunque, che il padre separato in alcune circostanze diventa l’anello debole della famiglia, perdendo dignità, paternità ed escludendosi suo malgrado dalla vita familiare che fino ad allora era concreta e necessaria per la crescita dei figli. Ciò che si renderebbe necessario sarebbe il sostenere i bisogni di quegli uomini che all’improvviso si trovano in una situazione di disagio, dovuta alla separazione dalla moglie che implica spesso la perdita dell’abitazione, anche se di proprietà, diminuzione della genitorialità, poca possibilità di contatto con i propri figli al fine di curarne l’educazione e la crescita.

A ciò si devono aggiungere i comportamenti “ostativi” che possono manifestare i genitori collocatari del minore, che in qualche misura impediscono il sereno rapporto padre-figlio.

Trattandosi, nel caso che ci occupa, di situazioni che vedono protagonisti i padri separati, è necessario specificare che il comportamento ostativo della madre collocataria che impedisce al figlio minore di vedere il padre, così come prescritto dall’organo giudicante in sede di separazione, può integrare un vero e proprio reato, e cioè quello di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice.

Parimenti, è penalmente perseguibile la madre collocataria che impedisce ad un padre, esercente la responsabilità genitoriale sul minore ma che non contribuisce al suo mantenimento, il diritto di visita.

Vi sono, poi casi in cui pur essendo ampiamente garantito dal Giudicante il diritto di visita al padre separato, tale diritto sia nei fatti esercitato in modo limitato a causa di perizie negative dei servizi sociali e/o psicologi, che non essendo state richieste ulteriori CTU cristallizzano in qualche modo la situazione facendo mancare quel requisito di imparzialità necessaria. In tali casi sarebbe necessario che lo Stato agisse preventivamente obbligandosi ad un fare prima che intervenga la Cedu nei confronti del nostro Governo per violazione dell’art 8.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte condannato lo Stato Italiano per mancanza di misure positive giuridiche specifiche e/o preparatorie che assicurino il diritto di visita ai figli minori da parte dei padri separati.

Esaminiamo, brevemente, la sentenza CEDU  23 giugno 2016, n. 53377/13 in cui la decisione dei Giudici Italiani è stata considerata “automatica e stereotipata”, di fatto contraria all’art. 8 CEDU.

In fatto si assiste ad una espromissione della figura paterna da parte della madre attraverso l’uso improprio della macchina giudiziaria. Infatti questo padre fiorentino si è visto allontanare la figlia per circa otto anni, prima attraverso una separazione molto conflittuale, e poi con parallela denuncia di abuso sulla figlia minore, con il sorgere di procedimento penale a suo carico.

Solo attraverso perizie ginecologiche ordinate nell’ambito del procedimento penale sorto a carico dell’uomo è stata ampiamente esclusa la violenza sessuale nei confronti della figlia minore, con conseguente assoluzione dell’uomo. Tale lasso di tempo giudiziario, necessario al fine di provare l’innocenza di questo padre, ha comunque prodotto un rapporto simbiotico tra la madre e la figlia che rifiutava la figura paterna così come “raccontatale” dalla mamma, ma “soltanto nel febbraio 2014 venne disposta la sospensione dalla potestà genitoriale della madre, ritenuta non in grado di assicurare alla figlia uno sviluppo psichico adeguato a causa della manipolazione che essa esercitava su quest’ultima e della costante negazione della figura paterna da lei praticata.  Dopo tale pronuncia la situazione non cambiò: al contrario, la minore rifiutava di incontrare il padre e i nonni paterni. Nell’ultima relazione del luglio 2015, gli psicologi suggerirono quindi di affidare la minore a un istituto, allo scopo di sottrarla all’influenza materna e rimediare all’impossibilità per la madre di accompagnare la figlia nel processo di riavvicinamento con il padre. Il ricorrente ha, da ultimo, adito la Corte EDU lamentando la violazione del suo diritto al rispetto della vita familiare, in quanto i giudici nazionali non avrebbero rispettato e garantito concretamente il suo diritto di visita…”

Per tale ragione, la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che la situazione determinatasi fosse stata fin troppo tollerata dallo Stato Italiano “integrando la violazione dell’art. 8 CEDU, sotto il profilo dell’inadempimento degli obblighi positivi dello Stato, la mancata adozione da parte delle autorità nazionali di misure adeguate e sufficienti a garantire il rispetto del diritto di visita del padre non affidatario”.

Il diritto al rispetto della vita privata e familiare è sancito nell’art. 8 CEDU. Secondo la giurisprudenza consolidata della Corte, “sebbene l’articolo 8 della Convenzione abbia essenzialmente ad oggetto la tutela dell’individuo dalle ingerenze arbitrarie dei poteri pubblici, esso non si limita ad ordinare allo Stato di astenersi da tali ingerenze: a tale obbligo negativo possono aggiungersi obblighi positivi volti a garantire l’effettivo esercizio del diritto alla vita privata e familiare”.

Tra tali obblighi si possono indicare l’adozione di misure che facilitino la convivenza tra individui, come “la predisposizione di strumenti giuridici adeguati e sufficienti ad assicurare i legittimi diritti degli interessati…”, che “devono permettere allo Stato di adottare misure atte a riunire genitore e figlio, anche in presenza di conflitti fra i genitori”.  Questi obblighi positivi non si devono limitare ad una mera vigilanza a che un figlio minore possa raggiungere il genitore o mantenere un rapporto con questi, ma devono essere fattivamente comprensive di quelle misure che producano tale risultato. Con ciò non intende, la sentenza CEDU, implicitamente considerare lo sforzo di uno Stato inutile, è sempre necessaria la cooperazione di tutti i soggetti interessati nella vicenda.

Dunque, “se le autorità nazionali devono sforzarsi ad agevolare una simile collaborazione, un obbligo per le stesse di ricorrere alla coercizione in materia non può che essere limitato: esse devono tenere conto degli interessi e dei diritti e delle libertà di queste stesse persone, in particolare degli interessi superiori del minore e dei diritti conferiti allo stesso dall’articolo 8 della Convenzione.

Alla luce di tali principi la CEDU nel formare giudizio non ha potuto ignorare il fatto che il padre separato aveva cercato sin dal 2007 di creare contatti con la figlia “…e che, nonostante le numerose perizie e valutazioni in suo favore…”, le Corti italiane coinvolte non avevano trovato soluzione “all’evidente rifiuto della madre…” di collaborare.  Pertanto, la CEDU ha ritenuto che “le autorità nazionali non si siano adoperate in maniera adeguata e sufficiente per far rispettare il diritto di visita del ricorrente e abbiano dunque violato il diritto dell’interessato al rispetto della sua vita familiare. Pertanto vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione. Equa soddisfazione (art. 41 CEDU). Ai sensi dell’art 41 della Convenzione, la Corte ha riconosciuto 15.000 euro per i danni morali”.

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