I 150 anni dalla Breccia di Porta Pia

I 150 anni dalla Breccia di Porta Pia

 

Dopo la Breccia di Porta Pia di cui proprio quest’anno si è celebrato il 150° anniversario, si verificarono degli effetti imprevisti dagli stessi protagonisti dell’evento : la Chiesa acquisì una forza ed un prestigio morale che non aveva posseduto prima presso il mondo cattolico ed anche al di fuori di esso, mentre si infranse il sogno di una riforma religiosa di tipo protestante, nella quale avevano fortemente confidato le Confessioni riformate del Nord Europa e dell’America, che con motivato interesse avevano seguito le imprese mazziniane e garibaldine.

Il Papa, profondamente legato agli italiani ed alla Casa sabauda, che pure aveva dato Santi e Beati alla Chiesa, fu in realtà prigioniero del ruolo assegnatogli dalle circostanze, poiché se avesse lasciato prevalere le ragioni del cuore sulla Ragion di Stato, con un pronto accomodamento con lo Stato italiano e con la conseguente accettazione del “fatto compiuto” una volta perduta Roma, sarebbe stato considerato dalle Potenze europee – come avvertito riservatamente dai suoi Nunzi apostolici – poco più di un Cappellano di Casa Savoia, con la conseguenza di una catena di scismi da parte degli Episcopati nazionali.

In estrema sintesi: con l’Enciclica Pastor Aeternus il Pontefice aveva tolto alle varie Casate il formidabile “instrumentum Regni” dello assoggettamento ad esse dei Vescovi, avocando più fermamente al successore di Pietro l’esclusivo potere di sovra-ordinazione gerarchica sull’Episcopato cattolico.

Se quest’ultimo – proprio in quel particolare frangente storico- si fosse riconciliato con l’Italia, sarebbe potuto paradossalmente apparire subalterno a quello Stato che lo aveva spogliato manu militari del potere ritenuto- nella sua oggettività- strumentale al libero esercizio della spiritualis potestas sull’intero Orbe cattolico.

In tale contesto, e tenuto conto altresì della pregressa, italianissima sovraesposizione di Pio IX, a seguito del ricordato invio di truppe pontificie alla prima Guerra di Indipendenza, poi rientrata con delle maldestre e contraddittorie giustificazioni, quello di una serie di scismi, non sarebbe stato un mero rischio, ma una drammatica certezza.

Quello della scomunica del Risorgimento fu pertanto, in quel particolare frangente storico, un atto certamente nell’intimo del cuore non voluto, ma istituzionalmente ed ineludibilmente dovuto.

Tornando ai tempi di papa Mastai , per capirne vieppiù il dramma interiore, appare illuminante quanto riferito da una fonte non sospetta come Benedetto Croce, il quale narra che Pio IX subito dopo la “Breccia”, avendo ascoltato con la dovuta serietà le espressioni di solidarietà rivoltegli da un diplomatico tedesco per le “sofferte rapine italiane“, avrebbe mormorato ad un vicino: “Questo bestione tedesco non comprende la bellezza e la grandezza dell’idea nazionale italiana!”.

Il Re dal canto suo, legato da filiale e sincera devozione al Pontefice, fu prigioniero – come già detto – dei limiti propri della condizione di Monarca costituzionale, per cui non poté deviare il corso di una politica ecclesiastica che sovente nel suo intimo non condivise.

La Legge delle Guarentigie varata il 13 maggio 1871 per la disciplina unilaterale da parte dello Stato dei suoi rapporti con la Chiesa, causò una protesta istituzionalmente scontata da parte del Papa, che scelse di non partire e di “restare a bere quotidianamente il calice amaro nella dilettissima città”.

L’impossibilità per il Papa a giungere alla pacificazione formale con l’Italia fu ben colta e spiegata in Parlamento dall’on. Toscanelli, deputato della Sinistra moderata, che nella seduta del 7 maggio 1875 sottolineò che “La conciliazione completa ed assoluta non la vuole neppure la Chiesa, perché…. i cattolici esteri potrebbero credere che il Papa non fosse più libero ed indipendente nell’esercizio del suo potere spirituale, e che fosse influenzato dal nostro Governo; indi molto facilmente questa conciliazione, producendo diffidenze, ecciterebbe i Governi alla costituzione di Chiese nazionali“.

Dopo l’ascesa al potere della Sinistra nel 1876, il Papa – interrogato su cosa pensasse dell’avvenuto cambio di Governo in materia di politica ecclesiastica – disse che Destra e Sinistra erano, rispettivamente, come il colera ed il terremoto, il qual ultimo faceva assai più frastuono, ma mieteva meno vittime del primo.

Il 5 gennaio 1878 si manifestarono i sintomi di una polmonite del Re, che presto si aggravò e Pio IX ne paventò la scomparsa come una grave disgrazia per tutti. Avendogli tolto la scomunica, si premurò che all’infermo venissero somministrati gli ultimi Sacramenti, il che avvenne tramite il Cappellano palatino, mons. Anzino.

Alle 14.30 del 9 gennaio il Re spirò e viene riferito che Pio IX uditane la notizia, avrebbe detto: “Benedetto uomo! Non contento di togliermi i miei Stati qua giù, volle anche prendere il mio posto in Paradiso!”

 

 



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