E la chiamano riapertura: anatomia di un inganno.

E la chiamano riapertura: anatomia di un inganno.

 

Il 12 maggio 2020 è andata in scena – è il termine più calzante, alla luce delle osservazioni che seguiranno – la riapertura dei Tribunali.

In ogni sede d’Italia abbiamo assistito a code chilometriche, ad attese di ore per gli avvocati,  ad assembramenti, certo disciplinati dall’uso delle mascherine e dallo spirito civico degli avvocati lavoratori alla disperata ricerca dell’adempimento dei loro doveri.

Doveri intralciati da una presunta organizzazione degli uffici giudiziari che pare avere lo scopo di rappresentare una riapertura di fatto non corrispondente alla realtà.

Dopo oltre due mesi di chiusura, quali sarebbero le disposizioni e le meraviglie (o almeno le quisquilie) approntate per andare avanti, per sopperire all’emergenza, per convivere con il virus?

Nessuna se non la riduzione drastica di persone al lavoro, di orari di apertura degli  uffici, di accesso vagamente contingentato agli stessi, avendo cura di tutelare la salute e la pigrizia degli impiegati; nessuno di questi falsi dispositivi – che sembrano riecheggiare il mantra di Stato “ state a casa” –   ha il minimo rispetto della classe forense, quasi la stessa non fosse protagonista necessaria, per dettato costituzionale, dell’amministrazione della giustizia.

Perché mentre i tribunali falsamente riaprono, l’avvocato deve realmente svolgere i suoi doveri con il carico di responsabilità che ne derivano.

Eh sì, perché la riapertura dei Tribunali coincide con la ripresa dei termini processuali e quindi con lo svolgimento di tutti gli incombenti lavorativi da parte dei difensori, i quali però dovranno impiegare il triplo del proprio tempo – disprezzato – per fare un terzo delle cose.

Il tutto con un regime di udienze che definire rarefatto è un eufemismo.

I rinvii a settembre e molto oltre sono la norma, poco importa che udienze interlocutorie e della cui superfluità da tempo si discute (leggi udienza precisazione delle conclusioni nel civile) si trasformino in trattazione scritta in via telematica così come le discussioni orali dello stesso processo  civile, tramutate in trattazione scritta.

Cose delle quali non bisognerebbe neanche parlare. Ma che hanno abbondato sulla bocca degli aedi del “niente sarà più come prima” e “digitalizziamoci!” (ancora un po’, verrebbe da dire, ma soprattutto, chi? Noi avvocati lo siamo, da tempo).

Mentre si discutono e danno in pasto ogni giorno ai media compiacenti le meraviglie della de-materializzazione processuale – anche nel penale, questa la novità dalla fase di emergenza – in concreto nulla è stato fatto mentre tutto veniva rappresentato, detto, recitato.

Ma veramente si può pensare che questa latitanza dell’amministrazione della giustizia, che fa il paio perfetto con quella dell’Istruzione (la chiusura ad libitum delle scuole di ogni ordine e grado), possa essere tollerata senza subire danni enormi a livello sociale, di comunità, di fiducia , quanto meno minima, nella istituzioni?

E si può porre il carico del sistema sulle spalle degli avvocati, che non sono dipendenti pubblici, che non prendono lo stipendio non lavorando o lavorando poco e male da remoto, che non ricevono aiuti se non risibili, mentre devono continuare ad onorare i loro impegni per mandare avanti la baracca e mentre certo non ci sono file di clienti alla porta?

E che giustizia sarebbe mai questa, che ha in totale spregio il rispetto della dignità di un ruolo professionale indispensabile nel nostro ordinamento giuridico?

E’ una giustizia allarmante, ora per noi avvocati, di rimando per tutti i cittadini perché noi siamo i portatori dei fardelli e degli irrisolti degli individui che rimandano la risoluzione dei loro conflitti (privati  o con lo Stato) ad una nobile funzione pubblica.

Se questa percezione svanisce, indipendentemente dalle organizzazioni normative, noi tutti ci troveremo senza bussola.

Noi avvocati quella bussola la vogliamo tenere in mano e tenendola in mano diciamo che se il nostro lavoro non può essere svolto in condizioni di reale possibilità e rispetto della dignità – a questo non corrisponde fare ore di file per un singolo adempimento per il quale è anche necessario  fissare un preventivo appuntamento – allora che tutti i termini processuali siano sospesi e si dica chiaramente che la giustizia non può riprendere e ci  si assuma la responsabilità  – da parte del Governo prima  e dei dirigenti/capi degli Uffici giudiziari, subito dopo – di questa impossibilità.

Ma non si pensi di fuggire tale responsabilità passando sull’onore e sulla dignità degli avvocati.

E sulla loro presa in giro.