“Date a Cesare …”, purché non esageri!

Le sorprendenti sintonie tra Pio XII ed Einaudi sul dovere tributario

“Date a Cesare …”, purché non esageri!

Nell’intraprendere uno studio necessariamente “essenziale”, e quindi non esaustivo dell’argomento, sul magistero sociale di Pio XII, abbiamo notato l’assenza di qualunque pur fugace riferimento alla sua persona, nel libro I cattolici e la questione sociale, a suo tempo riproposto al pubblico come edizione allegata ad un noto settimanale cattolico di grande diffusione[1]. Questa non marginale lacuna, ci  motiva nella ricorrente attualità del problema che per sommi capi affrontiamo,  addentrandoci  con l’interesse di chi percorre una pista poco battuta, in un tema che può cooperare ad una ricostruzione d’insieme del pensiero e dell’opera del Pontefice più discusso del XX secolo, che ne visse il periodo più buio.

 

A guerra appena iniziata, il 1° novembre, del 1939, primo anno del suo pontificato, papa Pacelli pronunziò l’Enciclica “Sertum Laetitiae” rivolta al clero americano, che celebrava il 150° anniversario della costituzione della gerarchia ecclesiastica negli Stati Uniti d’America[2]. In tale occasione egli lodò l’associazionismo ed il solidarismo cattolico d’Oltreoceano, che si prodigava in favore degli strati più deboli della società, quali i negri, i poveri, gli infermi, gli afflitti, categorie tutte a lui particolarmente care.

Certamente il documento papale dovette avere un forte impatto in una realtà dove il cristianesimo aveva molteplici sfaccettature: basti pensare, ad esempio, alla componente puritana  di derivazione calvinistica, che nei miseri non vedeva- come i cattolici -il volto stesso di Gesù sofferente, bensì dei predestinati all’eterna dannazione, in quanto l’insuccesso sulla terra, era considerato il segno della mancata predilezione divina. Tornando al messaggio pacelliano, la radice di ogni male era identificata nella trascuratezza verso i precetti del Creatore, dalla quale scaturivano smodato e cieco egoismo, nonché “la sete dei piaceri, l’alcolismo, la moda impudica e dispendiosa, la criminalità non insolita neanche nei minorenni, la libidine del potere, l’incuria verso i poveri, la cupidigia di inique ricchezze, la diserzione delle campagne, la leggerezza nel contrarre matrimonio, i divorzi, la disgregazione delle famiglie, il raffreddamento del mutuo affetto tra genitori e figli, la denatalità, l’infiacchimento della stirpe, l’illanguidirsi del rispetto verso le autorità, il servilismo, la ribellione, l’abbandono dei doveri verso la patria ed il genere umano”.

Oltre a difendere accoratamente la famiglia contro il divorzio, già molto diffuso 70 anni fa nel Nuovo Mondo, Pio XII volle soffermarsi sul tema della questione sociale, che considerò costantemente correlata con la tutela  della persona umana nella sua dimensione individuale, come in quella familiare.

Dopo aver auspicato che “i beni da Dio creati per tutti gli uomini, equamente affluiscano a tutti, secondo i principi della giustizia e della carità”, il Pontefice  così proseguì : “Degni di onore sono i poveri che temono Dio, perché di loro è il Regno dei Cieli e perché facilmente abbondano di grazia spirituale. I ricchi poi, se sono retti e probi, assolvono l’ufficio di dispensatori e procuratori dei doni terrestri di Dio; essi in qualità di ministri della Provvidenza aiutano gli indigenti, a mezzo dei quali spesso ricevono i doni che riguardano lo spirito”.

I ricchi oltre ad aiutare i bisognosi, dovevano corrispondere il giusto salario agli operai, affinché costoro potessero assicurare il pane quotidiano a sé ed ai propri familiari.

Sia i produttori che le maestranze dovevano poi avere la libertà di “unirsi in associazioni le quali – disse – possono difendere i propri diritti ed acquistare miglioramenti circa i beni dell’anima e del corpo, come pure circa gli onesti conforti della vita”.

Il conflitto mondiale dilagava e sembrava lontana di secoli l’atmosfera nella quale, appena cinquanta anni prima, aveva visto la luce l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, sulla quale è necessario spendere qualche parola, per introdurre il radiomessaggio che nella ricorrenza celebrativa pronunciò Pio XII.

Un rilevante problema interpretativo che si era posto nella seconda metà dell’Ottocento, fu quello se il movente principale all’azione della Chiesa fosse stato quello della lotta al liberalismo ed al socialismo[3], e quindi un’azione fondamentalmente propagandistica, oppure un’autentica sensibilità verso le condizioni dei più miseri, che lo sviluppo della società industriale aveva reso più drammatiche. Noi propendiamo per la seconda tesi, considerando che la Chiesa, attraverso benemeriti ordini religiosi, era da non breve tempo impegnata con fattiva presenza in favore degli ammalati, dell’infanzia abbandonata, dei poveri e dei più deboli in genere[4].

La strada del proselitismo popolare, attraverso la sollecitudine del cattolicesimo sociale, si inseriva inoltre in una più ampia scelta già operata dalla Chiesa nei Paesi europei in cui il processo di industrializzazione era già in fase avanzata[5] Peraltro è innegabile che la polemica contingente contro lo Stato liberale e contro il socialismo, aveva galvanizzato la Chiesa nel suo impegno in favore dei suoi figli più miseri, attuato, a livello operativo, con strutture più adeguate alle esigenze della società moderna, ed elaborato, a livello teorico, con la configurazione di una dottrina sociale scientificamente rigorosa.

Punto di arrivo di un ricco dibattito dottrinale in seno alla Chiesa universale (Mermillod, Ketteler, Curci, Bonomelli, Lamennais, Lacordaire, Montelenbert, Manning, Toniolo e tanti altri) e quindi sintesi autorevole di un ampio contributo di qualificate riflessioni, il 15 maggio 1891 vide la luce la citata Rerum Novarum, a testimoniare la sensibilità del magistero spirituale di Leone XIII, di fronte alla gravità ed alla rilevanza cui erano ormai giunti i conflitti sociali.

Ripudiato il metodo marxista della lotta di classe, l’enciclica[6] proponeva la collaborazione fra padroni ed operai, da realizzare attraverso le corporazioni delle arti e dei mestieri, che la rivoluzione francese aveva soppresse.

Veniva definita ingiusta e contraria all’ordine sociale l’istanza socialista dell’abolizione della proprietà privata, ed a tal proposito veniva ricordato che la proprietà era il fine ultimo del lavoro dell’artigiano, che vi investiva i risparmi per migliorare la sua condizione.

La comunanza dei beni avrebbe alterato la pace sociale e le funzioni dello Stato, offendendo il diritto di proprietà che, oltre ad essere conforme alla natura dell’uomo, era suggellato dalle leggi civili; ma anche da quella divina che – ricordò il Pontefice – vietava “persino il desiderio della roba altrui”.

Tale diritto non era tuttavia da intendersi egoisticamente, bensì nella più alta valenza della sua funzione sociale.

I lavoratori erano tenuti a prestare fedelmente la loro opera, senza arrecare danno alla roba né offesa alla persona dei padroni; questi ultimi erano, del pari, esortati a non tenere gli operai come degli schiavi ed a rispettarne la dignità di persone umane. Il lavoratore doveva avere il tempo per adempiere ai suoi doveri religiosi, non doveva essere esposto ad attività sproporzionate alle sue forze,  doveva potersi dedicare agli affetti domestici e  percepire un giusto salario.

Lo Stato era tenuto innanzi tutto a  provvedere al bene degli operai e ad impedire la sopraffazione di una classe ai danni di un’altra; doveva poi far crescere dei cittadini sani e robusti, evitare i disordini pubblici, impedire la promiscuità dei sessi, garantire il rispetto della dignità umana e della personalità dei lavoratori e vietare il lavoro eccessivo che potesse danneggiarne la salute.

Lo Stato aveva altresì il compito di tutelare il diritto di proprietà e di rimuovere le cause degli scioperi, quali il lavoro troppo oneroso e mal retribuito; nonché di garantire il riposo festivo.

Elemento saliente ed incisivo del messaggio papale, fu la richiesta del giusto salario, che non doveva essere la risultanza del libero meccanismo della domanda e dell’offerta, bensì andava commisurato al sostentamento necessario per l’operaio e della sua famiglia.

Pregio dell’enciclica nel suo insieme, fu di aver realizzato una struttura teorica unitaria per le molteplici iniziative dei cattolici in campo sociale e di aver dimostrato inequivocabilmente che la Chiesa non era insensibile  alle sofferenze del popolo e legata ai potenti.

I suoi contenuti ed il suo spirito trascesero i limiti temporali del Pontificato in cui aveva avuto origine, per cui fu “novellata” nella Quadragesimo anno di Pio XI, realizzata appunto nella circostanza del quarantesimo anniversario della Rerum Novarum. In occasione della  ricorrenza del cinquantesimo, fu Pio XII a ribadire il diritto – dovere della Chiesa di pronunziare una parola autorevole sulle questioni sociali[7].

Tale  intervento non era certo  stato effettuato in merito ai  profili tecnici o pratici di stretta competenza dello Stato, che aveva l’essenziale compito di prevenire –tra l’altro- “i perturbamenti di equilibrio economico sorgenti dalla pluralità e dai contrasti degli egoismi concorrenti, individuali e collettivi”.

La Chiesa riservava a sé la competenza di valutare se il sistema sociale fosse conforme o meno all’ordine soprannaturale stabilito direttamente da Dio.

Leone XIII – come ricordava  papa Pacelli – aveva additato al mondo nella sua enciclica sociale, sia gli errori ed i pericoli del socialismo materialista, che quelli del liberalismo economico.

Pio XII, sulle orme dei Pontefici che lo avevano preceduto, manifestò il desiderio di avvalersi della ricorrenza celebrativa per fornire degli ulteriori principi direttivi etici su tre valori fondamentali della vita sociale ed economica, quali erano: l’uso dei beni materiali, il lavoro e la famiglia.

Quanto al primo, il S. Padre ribadì l’inderogabile esigenza, già proclamata nella citata Sertum Laetitiae, che i beni creati da Dio per tutti gli uomini indistintamente, potessero equamente affluire a tutti, secondo dei principi di giustizia e di carità.

“Senza dubbio – proseguì – l’ordine naturale, derivante da Dio, richiede anche la proprietà privata ed il libero, reciproco commercio dei beni con scambi e donazioni, come pure la funzione regolatrice del potere pubblico su entrambi questi istituti.”

Lo Stato oltre ad intervenire in funzione equilibratrice nel mondo del lavoro, era chiamato a “tutelare l’intangibile campo dei diritti della persona umana”.

L’uomo veniva prima della società e non era perciò compito dello Stato decidere quando poteva iniziare o finire una vita umana, o limitare la libertà di movimento del singolo, o circoscriverne quella spirituale, religiosa o morale, spingendosi a tal fine ad  “abolire o privare d’efficacia il diritto naturale ai beni materiali”.

Erano da tre anni entrate in vigore le sciaguratissime leggi razziali italiane, che sulla scia di ancor più efferati provvedimenti della Germania nazista, avevano introdotto pesanti vincoli sia alla libertà che alle proprietà dei cittadini di razza ebraica; erano altresì trascorsi ventiquattro anni dalla Rivoluzione bolscevica, che in Russia aveva abolito la proprietà privata ed ogni forma di libertà per tutti. Le parole di Pio XII suonavano pertanto come un’aperta condanna avverso la statolatria nazifascista, come contro quella comunista.

Il benessere generale di un popolo, nel quale era essenziale il diritto di tutti all’uso dei beni terreni, era conforme “all’intento voluto dal Creatore”. La ricchezza di un popolo non andava commisurata all’abbondanza dei beni stimati nel loro valore complessivo, bensì in base alle opportunità ad accedervi fornite ai singoli membri di una data collettività: “Fate – così esortò il Papa – che tale giusta distribuzione sia effettuata realmente e in maniera amorevole, e vedrete un popolo anche disponendo di minori beni, farsi ed essere economicamente sano”.

Il secondo fattore richiamato dal Papa per l’armonioso svolgimento della vita sociale era il lavoro, configurato come un diritto – dovere naturale, per provvedere alla propria vita ed a quella dei propri figli.

Lo Stato aveva il compito di intervenire nella vicende del lavoro, quando le parti in causa non riuscivano a trovare un’intesa tra di loro, nel rispetto comunque di alcuni valori non negoziabili,  che il Pontefice tenne a ribadire, quali : “il diritto al vero culto di Dio; al matrimonio; il diritto dei coniugi, del padre e della madre, a condurre la vita coniugale e domestica; il diritto ad una ragionevole libertà sulla scelta dello stato e nel seguire una vera vocazione”.

Il lavoro e la proprietà privata dovevano concorrere, in ottemperanza ai divini disegni, al perfezionamento della vita della famiglia, che era il terzo elemento evocato nel documento pontificio quale pilastro, con gli altri due, della vita sociale ed economica.

Riaffiorò nel discorso pontificio la tradizionale sollecitudine della Chiesa nei riguardi del mondo rurale, evidente nell’esaltazione della funzione della terra, quale oggetto di proprietà conforme a natura per eccellenza: “ed è nello spirito della Rerum Novarumproseguì il Papa – l’affermare che, di regola, solo quella stabilità che si radica nel proprio podere, fa della famiglia la cellula vitale più perfetta e feconda della società, riunendo splendidamente con la sua progressiva coesione, le generazioni presenti e future.”.

Il Pontefice auspicò l’estensione della proprietà agricola ovunque nel mondo, per il progresso del genere umano, cui concorrevano anche i flussi emigratori, nel momento in cui tutte le famiglie – disse – “riceveranno un terreno, che sarà la loro terra patria nel vero senso della parola”.

Nel mezzo della guerra in corso, Pio XII espresse forte il desiderio dell’avvento in cui nuovo ordine di pace, di giustizia e di tranquillità fra i popoli, così esortandoli: “Custodite la nobile fiamma di spirito sociale fraterno, che, or è mezzo secolo, riaccese nei cuori dei vostri padri la face luminosa ed illuminante della parola di Leone XIII: non lasciate né permettete che manchi d’alimento e […] muoia, spenta da un’ignava, schiva e guardinga indifferenza verso i bisogni dei più poveri tra i nostri fratelli, o travolta nella polvere e nel fondo del turbinante soffio dello spirito anticristiano o non cristiano”.

Verso la fine del successivo anno di guerra, nel radiomessaggio del Natale 1942[8], papa Pacelli affermò, tra l’altro,  che: “alla dannosa economia dei passati decenni, durante i quali ogni vita civile venne subordinata allo stimolo del guadagno (allusione al liberismo), succeda ora una non meno dannosa concezione la quale, mentre guarda tutto e tutti sotto l’aspetto politico, esclude ogni considerazione etica e religiosa (allusione al totalitarismo)”. Viceversa, continuò l’oratore “in una concezione sociale pervasa e sanzionata dal pensiero religioso, l’operosità dell’economia e di tutti gli altri campi della cultura, rappresenta un’universale, nobilissima fucina di attività, ricchissima nella sua varietà, coerente nella sua armonia, dove l’uguaglianza intellettuale e la differenza funzionale degli uomini conseguono il loro diritto ed hanno adeguata espressione; in caso diverso si deprime il lavoro e si abbassa l’operaio”.

Di seguito papa Pacelli riprese la condanna del marxismo, come dello agnosticismo sociale, con queste parole testuali: “Mossa sempre da motivi religiosi, la Chiesa condannò i vari sistemi del socialismo marxista, e li condanna anche oggi, com’è suo dovere e diritto permanente di preservare gli uomini da correnti ed influssi, che ne mettono a repentaglio la salvezza eterna. Ma la Chiesa non può ignorare o non vedere che l’operaio, nello sforzo di migliorare la sua condizione, si urta contro qualche congegno che, lungi dall’essere conforme alla natura, contrasta con l’ordine di Dio e con lo scopo che Egli ha assegnato per i beni terreni. Per quanto fossero e siano false, condannabili e pericolose le vie che si seguirono; chi, e soprattutto qual sacerdote o cristiano, potrebbe restare sordo al grido che si solleva dal profondo, ed il quale in un mondo di un Dio giusto invoca giustizia e spirito di fratellanza? Ciò sarebbe un silenzio colpevole ed ingiustificabile davanti a Dio, e contrario al senso illuminato dell’apostolo, il quale come inculca che bisogna essere risoluti contro l’errore, sa pure che si deve essere pieni di riguardo verso gli erranti e con l’animo aperto per intenderne aspirazioni, speranze e motivi”.

Questa distinzione sarebbe stata ripresa con ulteriori approfondimenti ed assai più ampia risonanza pastorale, da Giovanni XXIII, il “Papa buono”, che riferendosi a sua volta alla dottrina marxista, volle ribadire fermamente la condanna al comunismo nella sua oggettività, scindendone tuttavia le responsabilità individuali di coloro che vi avevano aderito.

Pio XII nel corso del radiomessaggio natalizio volle sottolineare la dignità e l’importanza del lavoro come mezzo di concordia, con un’esortazione che riprendeva ed aggiornava il tradizionale magistero della Chiesa, attualizzandolo alla tragedia della guerra in atto: “ Chi vuole che la stella della pace spunti e resti sulla società – disse – dia al lavoro il posto da Dio assegnatogli fin da principio. Come mezzo indispensabile al dominio del mondo, voluto da Dio per la  sua gloria, ogni lavoro possiede una dignità inalienabile, ed in pari tempo un intimo legame col perfezionamento della persona; nobile dignità e prerogativa del lavoro, cui in verun  modo non avviliscono la fatica e il peso”. Il richiamo ad un pacifico dominio del mondo per rendere gloria a Dio tramite la diuturna operosità, aveva una sua significante valenza evocativa e di contrasto, nei riguardi di ben altra concezione di dominio del mondo, che era quella che aveva scatenato la follia criminale di Hitler, già significativamente assecondato da Stalin che con la spartizione della Polonia, ne era stato  il degno sodale.

Il Santo Padre così proseguiva: “Chi conosce le grandi Encicliche dei Nostri Predecessori ed i Nostri precedenti Messaggi, non ignora che la Chiesa non esita a dedurne le conseguenze pratiche, derivanti dalla nobiltà morale del lavoro, e ad appoggiarle con tutto il nome della sua autorità. Queste esigenze comprendono, oltre ad un salario giusto, sufficiente alle necessità dell’operaio e della famiglia, la conservazione ed il perfezionamento di un ordine sociale, che renda possibile una sicura, seppur modesta proprietà privata a tutti i ceti del popolo; favorisca  una formazione superiore per i figli delle classi operaie particolarmente dotati di intelligenza e di buon volere; promuova la cura e l’attività pratica dello spirito sociale nel vicinato, nel paese, nella provincia, nel popolo e nella nazione, che, mitigando i contrasti di interessi e di classe, toglie agli operai il sentimento della segregazione, con  l’esperienza confortante di una solidarietà genuinamente umana e cristianamente fraterna.

Il progresso e il grado delle riforme sociali improrogabili, dipende dalla potenza economica  delle singole Nazioni. Solo con uno scambio di forze, intelligente e generoso, tra forti e deboli, sarà possibile compiersi una pacificazione universale, in maniera che non restino focolai di incendio e di infezione, da cui potrebbero originarsi nuove sciagure”.

Dalla lettura del radiomessaggio natalizio, da cui abbiamo estrapolato alcuni passaggi particolarmente significativi, è dato trarre dei principi qualificanti dal magistero pacelliano in campo sociale: il confermato rifiuto dell’agnosticismo liberistico che già nel secolo precedente, avendo lasciato il proletariato in balia di sé stesso nel turbinio incontrollato della legge economica della domanda e dell’offerta, aveva facilitato il dilagare del verbo marxista; la promozione della piccola proprietà e segnatamente di quella rurale- per la costituzione di un vasto ceto, che avrebbe potuto costituire una “cerniera” di raccordo tra un proletariato motivato, per tale via, ad elevarsi dalla sua posizione economicamente marginale, ed un padronato costantemente richiamato ai suoi doveri di solidarietà nei riguardi dei prestatori d’opera; il sostegno allo sviluppo della cultura, quale mezzo principe al fine dell’elevazione dei figli del popolo, più capaci, che avrebbe favorito il superamento di mortificanti distinzioni cetuali, dalle quali poteva alimentarsi altrimenti il fuoco dell’odio di classe.

Per il tramite pacelliano, durante le tenebre della dittatura fascista, per quanto in particolare riguardava la situazione italiana, sopravvissero per provvidenziale coincidenza, i raggi di luce di un liberalismo sociale che nel laico Giolitti avevano avuto il più coerente e lungimirante interprete.

Cardini del pensiero politico, economico e morale del pensiero giolittiano erano stati, infatti, l’impulso all’associazionismo operaio ed all’organizzazione mutualistica, particolarmente cari alla Chiesa che sin dal sec. XIX aveva creato una vasta rete solidaristica “bianca” in contrapposizione a quella “rossa”; la valorizzazione del lavoro (l’individuo che lavora e vive del suo lavoro, non è mai un uomo pericoloso  – aveva detto lo statista in un celebre intervento alla Camera )[9]; la cura dell’istruzione e l’istanza per dei salari congrui: “Un governo il quale curi con amore l’istruzione e l’educazione dei figli del popolo, che renda la giustizia uguale non solo in diritto, ma in fatto, per il povero e per il ricco; che favorisca lo sviluppo della cooperazione assicurando così all’operaio tutto intero il frutto del suo lavoro; che favorendo attivamente il lavoro nazionale, l’agricoltura, i commerci, procuri maggior ricerca della manodopera e in conseguenza un aumento dei salari […], avrà fatto più per le classi povere, che non proponendo leggi le quali contengono bensì la proclamazione dei santi principi, ma siano sterili di effetto perché non corrispondenti alle condizioni del Paese”[10].

Ed ancora, sul tema dei salari, in un’altra occasione così si espresse: “È un errore, un vero pregiudizio credere che il basso salario giovi al progresso dell’industria; l’operaio mal nutrito è sempre più debole fisicamente ed intellettualmente, e i Paesi di alti salari sono alla testa del progresso industriale!”[11]

Un’ulteriore sintonia è dato cogliere fra la sollecitudine manifestata da papa Pacelli nei riguardi del mondo agricolo, sulla scia della tradizione della Chiesa, e l’attenzione che sin da mezzo secolo prima aveva caratterizzato gli esordi politici dello statista di Dronero, il quale,  in un intervento alla Camera del 12 marzo 1885,  aveva auspicato una serie di misure concrete, anche in campo fiscale, in favore delle campagne, così concludendo “Una solida finanza non può essere fondata sulla miseria dei proprietari e delle loro classi agricole[12].

Questo rapido “excursus” comparativo vuol rimarcare che, seppure inconsapevolmente, Pio XII contribuì a tenere alta la fiamma della libertà  anche economica, nel contesto di un dirigismo totalitario che nel campo comunista, come in quello nazifascista, traeva le sue origini più remote dallo Stato etico di hegeliana memoria.

Verso la fine del conflitto mondiale, il Romano Pontefice nel radiomessaggio alla vigilia del S. Natale, il 24 dicembre 1944, espresse un pregnante concetto di democrazia, che doveva essere sempre rispettosa della legge morale, poiché era inaccettabile che tutto ciò che fosse stato deciso dalla maggioranza fosse da ritenersi di per sé vero e buono, anche se in contrasto con tale legge[13].

Concetti non troppo diversi erano stati formulati dal laico Alexis de Tocqueville[14], il quale paventando – giustamente – la deriva totalitaria di una democrazia basata sulla sola logica dei numeri (l’ascesa plebiscitaria di Hitler nel secolo successivo gli avrebbe dato ragione), si era battuto per dei meccanismi atti a salvaguardare i diritti delle minoranze, identificabili in valori etici pre- statuali.

Va da sé che la visione pacelliana non riguardava l’etica laica in genere, bensì quella cristiana in particolare; ma la differenza fra le due non era così marcata, poiché entrambe potevano convergere su quel comune patrimonio di una “naturalis ratio”, che fu evocata dallo stesso papa Ratzinger in uno scambio epistolare con l’allora presidente del Senato, il laico Marcello Pera[15].

Terminata la guerra, con il suo bagaglio di morte, di atrocità e di crimini contro l’umanità, che avrebbero continuato a lungo a pesare sulla storia di una civiltà condannata ora a vivere il nuovo dramma della divisione del mondo in due blocchi, occorreva procedere ad una ricostruzione non solo materiale, ma anche morale di tutto ciò che era andato distrutto.

Andava ripristinata innanzi tutto la dignità dell’uomo, schiacciata dal nazionalsocialismo, come dal comunismo, recuperando i valori dello spirito e della libertà di espressione.

In tale contesto appare particolarmente significativa la decisione di papa Pacelli di elevare nel 1946 alla porpora cardinalizia mons. Von Galen, noto come il Leone di Munster, per l’indomito coraggio con cui aveva fronteggiato Hitler, il quale aveva programmato di ucciderlo alla fine della guerra[16].

Dieci anni dopo l’avvio della ricostruzione, è interessante riportare il pensiero di papa Pacelli, che volgeva al termine della sue giornata terrena, in un campo di forte valenza sociale, come quello della politica fiscale. Nell’allocuzione tenuta al “Congresso dell’Associazione fiscale internazionale”, il 2 ottobre 1956 il Santo Padre[17] affermò che “i criteri della giustizia fiscale derivano dai principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, e anzitutto dal principio di solidarietà, da cui discende il dovere di ciascun cittadino a sopportare una parte del gravame delle spese pubbliche”.

Lo Stato, per converso, doveva applicare nei suoi rapporti tributari con i consociati, il principio di sussidiarietà. In effetti – proseguì il Pontefice – la pressione fiscale era aumentata soprattutto per “l’estensione smisurata delle attività dello Stato, dettata troppo spesso da ideologie false o malsane, che fa della politica finanziaria, particolarmente della politica fiscale, uno strumento al servizio delle preoccupazioni di un ordine affatto diverso. L’imposta non può quindi divenire mai per i pubblici poteri un mezzo comodo per colmare l’ammanco cagionato da un’amministrazione imprevidente, per favorire un’industria o una branca di commercio a svantaggio di un’altra egualmente utile. Lo Stato dovrà astenersi da qualsiasi spreco del denaro pubblico”.

Parole tristemente profetiche contro il clientelismo, la finanza allegra ed il fiscalismo oppressivo che avrebbero segnato l’Italia per parecchi decenni! Ed ancora il Papa osservava: “Spesso le imposte troppo onerose opprimono l’iniziativa privata, frenano lo sviluppo dell’industria e del commercio, scoraggiano le buone volontà”.

Se lo Stato vessava il contribuente, concluse il Pontefice, rischiava di “demoralizzare i suoi cittadini e di incoraggiarli all’evasione fiscale ed all’inganno”.

Nell’Italia della “ricostruzione”, dopo la breve parentesi del presidente provvisorio De Nicola, sul Colle del Quirinale era asceso un uomo che, pur espressivo della cultura laica, manifestò un sentire sovente in oggettiva sintonia con quello proprio dell’inquilino del Colle Vaticano: Luigi Einaudi, il più grande economista italiano del secolo XX. Anche lui ebbe una spiccata predilezione per la terra, per le attività produttive ad essa legate e per i valori espressi dal mondo rurale in genere, quali l’operosità, lo spirito di sacrificio, la sobrietà, il risparmio, la responsabilità, la solidarietà.

Nel merito specifico dell’evasione fiscale, ricordiamo che l’ Einaudi asserì che “bisogna avere il coraggio di dire la verità ed affermare che in Italia il contribuente, il quale cerca di occultare parte del suo reddito al Fisco, compie un’azione di legittima difesa”. Sulla stessa linea Ezio Vanoni ammoniva che bisognava contenere il prelievo fiscale per disincentivare quell’evasione “che il singolo considera quasi una forma di legittima difesa contro un’imposizione che egli ritiene lesiva della sua sfera individuale”[18].

Numerose sono le “sintonie” sulle quali altri studiosi potranno svolgere ulteriori  approfondimenti, fra il pensiero sociale di Pio XII e  quello dei grandi esponenti del liberalismo sociale. A noi basta  di aver evidenziato la dimensione di un Pontefice che, alto interprete delle cose “Quae sunt  spiritus”, sapeva coglierne i necessari collegamenti con l’operare quotidiano nella Città terrena.

[1] AA.VV., I cattolici e la questione sociale, Milano, 2005.

[2] “Enciclica Sertum Laetitiae”, www.vaticano.va/holy_father/pius-xii

[3] Cfr. G. Are, I cattolici e la questione sociale in Italia, Milano, 1963, p. 11, A. Gambasin, Il movimento sociale nell’Opera dei Congressi, Roma, 1958, p. 128.

[4] L’attività in favore dei miseri, conforme ai precetti evangelici, fu essenziale fin dal sorgere delle prime comunità cristiane.

[5] V. T .L. Rizzo, La legislazione sociale della nuova Italia, Napoli, 1988.

[6] “Rerum Novarum”, www.vatican.va/holg.father/leo_xiii/encyclicals/documents

[7] “Radiomessaggio di Pentecoste 1941 di S.S. Pio XII”, www.vatican.va/holy_father/pius_xii/speeches/documents

[8] Pio XII, “Radiomessaggio di Natale 1942”, www.totustuus.biz/users/magistero

[9] “Seduta del 12 giugno 1889”, nei Discorsi parlamentari di Giovanni Giolitti, vol. I, Roma, 1953, p. 140.

[10] Discorso pubblico pre-elettorale del 3 novembre 1892, nei Discorsi Parlamentari, cit., p. 499.

[11] “Seduta del 24 giugno 1900”, nei Discorsi Parlamentari di Giovanni Giolitti, vol. II, Roma, 1953, p. 626 segg.

[12] Discorsi parlamentari di Giovanni Giolitti, vol. I, cit., p. 14.

[13] “Introduzione al magistero pontificio in tema di dottrina sociale: Pio XII”, www.paginecattoliche.it

[14] Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, Milano, 1982, p. 152.

[15] M. Pera, J. Ratzinger, Senza radici, Milano, 2004.

[16] Il card. Von Galen è stato  elevato alla gloria degli altari da papa Benedetto XVI.

[17] V. “Introduzione al magistero pontificio …”, cit.

[18] ch. A. Dedola, “Il miraggio della giustizia sociale”, www.brunoleoni.it.