Carceri, galeotti e amnistie Vaticane

Carceri, galeotti e amnistie Vaticane

Le carceri non erano meno sparpagliate dei tribunali nella Roma dei Papi. Erano ubicate a Tor di Nona e a Corte Savelli, in Campidoglio e a Ripa, a Castel Sant’Angelo e in Borgo. Senza contare quella dell’Inquisizione, fatta costruire da Pio V presso San Pietro, nello stesso palazzo del Sant’Ufficio.

Presso il Carcere di Castel Sant’Angelo c’era una piccola cappella, ove i condannati a morte, passando per esser condotti al patibolo, facevano le ultime devozioni; prima di giungere attraverso il vicolo del Carnefice alla piazza del Ponte, teatro di tante esecuzioni.

Quando venne introdotta la ghigliottina le esecuzioni vennero trasferite a Piazza del Popolo. Il Belli, descrive il “nuovo palcoscenico” da par suo con “La ggiustizia ar Popolo” un sonetto dell’8 dicembre 1834.

Tornando alle carceri, in Via Giulia di fronte alla chiesa di S. Filippino furono edificate le Carceri Nuove, opera di Antonio Del Grande, fatte costruire da papa Innocenzo X Pamphilj nel 1655, che sostituirono le altre carceri.

A quei tempi era ritenuto un carcere esemplare per il trattamento umano garantito ai detenuti, come si rileva dall’iscrizione sul portale: “IUSTITIAE ET CLEMENTIAE SECURIORI AC MITIORI REORUM CUSTIODAE NOVUM CARCEREM INNOCENTIUS X PONT MAX POSUIT ANNO DOMINI MDCLV, ossia “Innocenzo X Pontefice Maximo eresse nell’anno del Signore 1655 il nuovo carcere, per la giustizia, per la clemenza e per una più sicura e umana custodia dei colpevoli“.

Alla morte del papa, avvenuta nel 1655, la fabbrica però non era ancora ultimata ma fu terminata sotto il suo successore, Alessandro VII, che la utilizzò, prima ancora dello scopo per la quale era stata costruita, come “stufa” durante la peste del 1656 per quanti dovevano passare la quarantena. Il palazzo si trova a fianco di quello che doveva essere il Palazzo di Giustizia del Bramante.

Dalle carceri passiamo agli ospiti delle stesse con le parole di Stendhal. Nel visitare Castel Sant’Angelo, Stendhal interpellò, il carceriere sui galeotti che aveva in custodia. Così seppe che erano impiegati a pulire le strade quelli che il Governatore voleva favorire. I disgraziati, con le pesanti catene e le grida con cui chiedevano qualche baiocco, fornivano uno spettacolo orrendo che rattristava quanti attraversavano via del Corso.

E Stendhal racconta: ”Ci siamo trovati a Castel S’Angelo quand’essi rientravano. Il carceriere ci ha fatto notare il marito della celebre Maria Grazzi, i cui soavi lineamenti si trovano nella maggior parte dei quadri dipinti a Roma ai nostri tempi e in particolare nelle mirabili tele dello Schnetz. Questa donna non pensa che a ottenere la libertà del marito, che realmente è in prigione per un equivoco. Egli era alla macchia, lesse un’amnistia su la porta di una chiesa e si sffrettò al suo paese a far atto di sottomisione. Ma il tempo fissato per la concessione dell’amnistia era spirato da qualche ora, e lo si mise ai ferri come fosse stato preso con le armi in mano”.

A proposito dell’Amnistia, era inveterato l’uso nella Corte Romana di promulgarla alla elezione del nuovo Pontefice. Tale abitudine all’epoca del Belli si era modificata in maniera più restrittiva, in quanto l’amnistia era destinata solitamente ai soli reati minori.

In questo sonetto dal titolo “Le carcere” il Belli scrive:

Uscii cuer giorno che ppapa Leone

fu incoronato: ma tte do un avviso,

che mmejjo cosa che de stà in priggione

sì e nnò ppò ttrovasse in paradiso.

 

Llì mmaggni pane, vino, carne e rriso,

e ll’oste nun te mette suggizzione:

trovi in cammera tua tutto prisciso,

senza pagà nné sserva né ppiggione.

 

Llì ddrento nun ce piove e nnun ce fiocca,

e nnun c’è nnè ggoverno né ccurato

che tte levino er pane da la bbocca.

 

Llì nun lavori mai, sei rispettato,

fai er commido tuo, e nnun te tocca

er risico dìannà mmai carcerato.

Roma 24 dicembre 1832.

I delitti più gravi erano sempre quelli di sangue. Ma, in tanta malaugurata mania di coltello, c’era pure del buono. Un monsignore diceva allo stesso Stendhal: “Un Principe romano, ricco, giovane, galante, che si è innamorato della moglie d’un falegname o d’un mercante, ha paura del marito. Perché questo marito, se gli salta la mosca al naso, gli darà una mortale pugnalata. In altre città un Principe, prodigo e avventuroso accorderà una protezione utilissima al falegname o al mercante, e tutto si accorderà pacificamente. Se per caso il marito è di carattere aspro, si limiterà a picchiare la moglie, e si crederà eroico se terrà il broncio al Principe. In certe città, addirittura senza passioni e senza pregiudizi, il marito sarà il migliore amico del Principe e andrà a ordinarsi buono pranzi all’osteria. Ma a Roma, il marito ucciderà il Principe, senza complimenti; ecco perché Roma è la migliore delle città”.

La suscettibilità e l’amor proprio erano, forse, l’unico riflesso, in tanto scadimento di costumi politici, dell’antica fierezza romana.

Nel 1774 un Inglese diede ad accomodare un suo fucile da caccia ad un armaiolo in piazza di Spagna. Il giorno dopo un operaio del negozio riportò il fucile aggiustato, domandando due scudi. Il prezzo parve esorbitante all’Inglese, che non diede che uno.

Non posso lasciare il fucile” osservò l’operaio: “il padrone mi sgriderebbe. Permettetemi di prendere la bacchetta; voi verrete a riprenderla in bottega e parlerete col padrone”.

Il giovane Inglese andò nella bottega a riprendere la bacchetta. Ma presto si accese un alterco con l’armaiolo che venne colpito da una staffilata. Sentendo dei rumori il giovane operaio rientrò nella bottega e vedendo il padrone percosso, colpì con una vecchia lama l’inglese che rischiò di morire per l’emorragia.

La comunità inglese che si trovava a Roma fece fuoco e fiamme… e dei rappresentanti chiesero udienza al decano del Collegio Cardinalizio, Carlo Alberto Guidobono Cavalchini. Quando giunsero al cospetto dell’alto prelato vennero gelati dalle sue parole: ”Pare che i signori Inglesi siano abituati a battere gli operai in Inghilterra. Perché vengono a Roma? Essi ignorano, dunque, il vecchio proverbio: Si vivis Romae, romano vivito more?”.

Sarebbe come a dire: Paese che vai, usanza che trovi.

 

 

Bibliografia:

Giuseppe Gioachino Belli, Stà povera giustizia, 161 sonetti scelti e commentati da Mauro Mellini, Rubbettino, 2008.

Costantino Maes, Curiosità Romane, parte seconda Edizioni del Pasquino, 1983

Giuseppe Gioachino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, I Mammut Newton 2 volumi, 1998

Stendhal, Roma Napoli e Firenze, Editori Laterza, 1974

Stendhal, Passeggiate romane, Feltrinelli, 2019

 



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